Le pieghe raffinate e ribelli di Saytour (e Manzoni)

La ricerca artistica concettuale ed estetica sul tema della piega di Patrick Saytour, che lo ha accompagnato per tutta la vita, è nata e si è sviluppata in lui fin dalla tenera età, quando da bambino aiutava in casa a piegare le lenzuola. È da questo gesto ripetuto di piegare e dispiegare i grandi lembi di stoffa che inizia il suo interesse e fascino intorno alla piega, tema che diventerà il filo conduttore delle sue opere. È incentrata proprio sul tema della piega e del tempo la prima mostra in Italia dedicata all’artista francese “Patrick Saytour. Le pli et le temps / La piega e il tempo” che da domani, sabato 18, fino al 22 novembre aprirà al pubblico alla Fondazione dell’Albero d’Oro a Palazzo Vendramin Grimani, in collaborazione con Ceysson & Bénétière. Patrick Saytour (Nizza, 1935 – Aubais, 2023), tra i protagonisti della sperimentazione pittorica francese e dell’ultima avanguardia sin dagli ultimi anni ’60, è stato membro e fondatore del movimento Supports/Surfaces nato negli anni ’70, di cui fanno parte artisti come André-Pierre Arnal, Vincent Bioules, Louis Cane, Daniel Dezeuze, Noël Dolla, Toni Grand, Bernard Pagès, e Claude Viallat, accomunati dal dibattito teorico e dall’impegno comune in strategie espositive non convenzionali, praticate collettivamente. La mostra presenta per la prima volta al pubblico i risultati della ricerca di Saytour, fatta di una grammatica costituita da pieghe, tagli, bruciature, strappi, solarizzazioni, cuciture, superfici che si snodano in linee e geometrie sempre diverse e varie.

Vendramin Grimani: la storia di un palazzo ritornato salotto culturale

A mezza via fra il ponte di Rialto e la volta de Canal, tra i tanti affacci affascinanti sul Canal Grande, c’è quello di Palazzo Vendramin Grimani, raggiungibile in pochi minuti da Campo San Polo seguendo un intricato e suggestivo susseguirsi di callette che consolida il carattere segreto e misterioso del luogo. Lo storico edificio, nel 2018 comprato dal gruppo LFPI, dal 2019 è sede della Fondazione dell’Albero d’Oro, istituzione culturale nata da un gruppo di imprenditori e professionisti francesi e veneziani, uniti dalla comune passione per la cultura e dalla volontà di restituire vita al palazzo, come nei secoli scorsi. Dopo due anni di lavori di restauro, a partire dall’apertura al pubblico nel 2021, la Fondazione dell’Albero d’Oro, presieduta da Gilles Etrillard e di cui è segretaria generale Béatrice de Reyniès, punta a favorire azioni artistiche, culturali, didattiche e di ricerca in collaborazione con prestigiose istituzioni pubbliche e private, italiane e internazionali, per promuovere progetti interdisciplinari e scambi culturali tra Venezia e il mondo. L’intento è di ospitare residenze d’artista e incontri dedicati alla letteratura, sotto forma di conferenze o conversazioni, e mostrecome quella che da alcuni giorni ha da poco inaugurato su Patrick Saytour “Le pli et le temps / La piega e il tempo”, la prima in Italia dedicata all’artista francese (leggi qui). Un progetto, quest’ultimo, che si inserisce nella linea di ricerca espositiva della Fondazione, che nel corso degli anni ha sviluppato una continuità tematica che dal filo e dal tessuto ora arriva a valorizzare la piega come metafora di un’etica capace di accogliere la complessità e l’imperfezione.

La logica dell’et et secondo Rosini: «Risposta alle assolutizzazioni»

La Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari è stata location d’eccezione per un ospite eccezionale: don Fabio Rosini, che lunedì 13 aprile, invitato dalla Pastorale Universitaria di Venezia, ha regalato una serata luminosa nonostante la pioggia battente ai quasi 700 presenti, che per non lasciarsi sfuggire l’opportunità non si sono scoraggiati di fronte alle intemperie. È stata infatti un’occasione unica la presenza di don Rosini a Venezia, data la sua fittissima agenda, che lo vede impegnato in particolare a Roma, la sua città. «Abbiamo provato ad invitarlo consapevoli dell’alto rischio di risposta negativa e invece la Provvidenza ha voluto che si trattasse dell’unico lunedì libero che aveva a disposizione: lo ha colto come un segno ed al nostro invito ha risposto “ho già preso i biglietti del treno”»: così racconta don Gilberto Sabbadin, portando i saluti della Pastorale Universitaria in apertura dell’incontro. Ad introdurre la persona di don Fabio è stato invece Gaetano Giordano, che assieme alla moglie Francesca è tra le guide del percorso diocesano dei 7 Segni, percorso ideato proprio da don Fabio come proseguimento di quello delle 10 Parole. Attraverso questo ruolo, Gaetano ha potuto entrare ancor di più nella profondità e verità di tale percorso, ed è in funzione di ciò che con stima e riconoscenza nella serata ha introdotto l’intervento di Rosini.

Il Museo Wagner in gestione alla Fondazione MUVE

C’è un palazzo a Venezia in cui per alcuni periodi soggiornò Richard Wagner, da cui assaporò la magica atmosfera della città lasciandosi ispirare per le sue opere. Il palazzo in quesitone è Ca’ Vendramin Calergi, sede del Casinò di Venezia, dove da diversi anni è sorto il Museo Wagner che presto passerà sotto la gestione della Fondazione Musei Civici di Venezia. Lo scorso 30 marzo, infatti, è stato siglato nella sede del Comune a Ca’ Farsetti un accordo tra la Fondazione MUVE, nella persona della presidente Mariacristina Gribaudi, i referenti del Casinò di Venezia e l’Associazione Richard Wagner, alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro e della consigliera delegata a cultura, attività teatrali e cinema, Giorgia Pea. Il Museo Wagner diventa così il quattordicesimo museo della rete MUVE, che cresce e si allarga, ampliando l’idea di “museo enciclopedico” per una città sempre più internazionale che vede il bisogno di creare rete e soprattutto cercare di differenziare i flussi turistici. L’operatività è prevista a partire dal 2027. Dopo una prima fase di studio sui lavori necessari, verranno fatti interventi di valorizzazione sulla sede, sulle attività e sulle collezioni.

LIPU: Il lupo è arrivato anche in provincia di Venezia?

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Rischiamo di trovarci faccia a faccia con un lupo anche in provincia di Venezia? «Niente panico – rassicurano gli esperti di LIPU Venezia – anche se l’espansione della presenza della specie ha interessato anche aree naturalistiche nella gronda della Città Metropolitana di Venezia, come l’Oasi di Vallevecchia a Caorle e l’entroterra, questa specie teme l’uomo, come non capirla d’altronde, infatti dato che è in grado di sentirne l’odore, se possibile ne sta ben distante. Inoltre si tratta di animali prevalentemente notturni, è davvero difficile scorgerli di giorno e se lo fanno approfittano di luoghi e situazioni dove gli umani non sono presenti. Inoltre non risultano attacchi di lupi nei confronti dell’uomo nel nostro territorio e, nei rari casi in cui questo è accaduto altrove, bisogna capire di che animale parliamo, perché spesso si è trattato di ibridi o di cani inselvatichiti che somigliano a un lupo».

I lupi infatti si spostano seguendo il corso di fiumi e canali, usandoli come veri e propri corridoi ecologici, con cui muoversi all’interno della nostra provincia. La specie che popola la penisola italiana è il Canis Lupus italicus, più piccolo di quello euroasiatico, presenta un mantello grigio rossastro che varia in base alla stagione, con una striatura nera su dorso e zampe anteriori e una specie di “mascherina” bianca, oltre a una coda lunga con una punta nera. E’ un animale che vive in gruppo, organizzato secondo una logica famigliare, dove una coppia riproduttiva si accompagna a giovani che hanno superato l’anno di vita che restano a protezione dei cuccioli dei partner dominanti. Il supporto degli esemplari “helpers” avviene anche per le attività di caccia, guidate dagli esemplari più maturi. Sono animali molto territoriali, mal sopportando la presenza di esterni al nucleo costitutivo, per questo marcano il territorio e ne delimitano i confini».

Ecoprogetti, addio discarica: «Così recuperiamo i pannelli solari»

Ecoprogetti srl è un’azienda veneta, di Carmignano di Brenta (Padova), che ha sviluppato – e industrialmente validato – una linea di riciclo per moduli fotovoltaici a fine vita, progettata come risposta a un vuoto tecnologico riconosciuto: la mancanza di soluzioni industriali capaci di trattare efficacemente i pannelli dismessi, la cui quantità crescerà in modo esponenziale nei prossimi anni per via dell’invecchiamento degli impianti installati negli anni 2000. È stato assegnato lo scorso 10 aprile a Laura Sartore, amministratore delegato di Ecoprogetti, nelle Sale Apollinee del Teatro La Fenice, il premio speciale Giovane Imprenditrice in occasione della 13esima edizione del Premio Impresa Ambiente, il più importante riconoscimento nazionale per le imprese che abbiano proposto innovazioni in un’ottica di sviluppo sostenibile, innovazione tecnologica ed economia circolare. «Siamo una società che produce macchinari, tecnologie per la produzione di pannelli fotovoltaici e per il loro riciclo. La candidatura presentata è relativa proprio al riciclo: dopo tre anni di ricerca e sviluppo siamo riusciti a ottenere una tecnologia innovativa – spiega Sartore – dedicata alla gestione a fine vita dei moduli fotovoltaici. Un problema con cui dobbiamo fare già i conti, ma che aumenterà nel corso del tempo». Esistono comunque pannelli che possono divenir obsoleti anche nel momento in cui divengono meno performanti.

Gravidanza e radiologia: un accordo prudente e sicuro

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Qualsiasi atto medico nasce dalla valutazione dei costi e dei benefici. Nessuna azione terapeutica o diagnostica è esente da effetti collaterali e tutti gli interventi esistono per tutelare l’interesse primario del paziente a vantaggio della sua salute e a salvaguardia della sua vita. La medicina non è una “merce”, ma un atto complesso di natura intellettuale in cui informazione e consenso sono il punto di partenza.

La radiologia, utilizzando forme di energia e farmaci e sottoponendo la persona a esami con evidenti possibili effetti collaterali, che possono o meno portare a un’adeguata diagnosi, in base alla loro qualità e appropriatezza, è immersa in questa realtà. Quando si parla di persone fragili, poi, l’attenzione cresce, pena la nascita di incomprensioni, errori e perdita di fiducia.

Nuovi spazi educativi in città: riaperto il campo sportivo di S. Alvise

Da un cancello chiuso a un importante recupero che ha permesso di riaprire le porte a tanti bambini e ragazzi in cerca di uno spazio in cui potersi incontrare dopo le ore sui banchi di scuola. Perché si sa, a Venezia di luoghi in cui giocare a rincorrersi o fare qualche tiro a pallone non ce ne sono molti, limitati solo ad alcune zone del centro storico e fino agli 11 anni d’età. Il regolamento di Polizia e sicurezza urbana indica infatti una serie di aree consentite – come campo del Ghetto e San Francesco della Vigna – escludendone molte altre in quanto ad alta densità turistica, a cominciare da quella marciana e realtina. Quanto portato avanti dal parroco della comunità pastorale di San Marcuola, Sant’Alvise e Madonna dell’Orto, don Luciano Barbaro, con l’inaugurazione del nuovo patronato di Sant’Alvise, a Cannaregio, va in una direzione precisa: proporre un’occasione per fare comunità e creare relazioni tra piccoli e grandi. Una formula che si sta rivelando vincente da quando la novità, da pochissime settimane, ha preso ufficialmente il via. E nulla sarebbe stato possibile senza il coinvolgimento di un gruppo di genitori resosi disponibile a tenere aperto il patronato quattro giorni alla settimana: lunedì, giovedì, venerdì (dalle 16.30 alle 18.45) e sabato (dalle 10 alle 12). Se a San Marcuola continua ad essere svolta l’attività del catechismo, oltre che alcune riunioni e qualche occasione di ritrovo per gli anziani, a Sant’Alvise viene ospitato invece l’aspetto ludico e ricreativo vero e proprio.

Itinerario tra le radici bizantine di Venezia: le chiese di Santa Croce

Per molti il sestiere di Santa Croce è solo un luogo di passaggio, ma se si allenta un attimo il passo si possono scorgere chiese che sono dei veri tesori che sembrano esser sospesi tra Bisanzio e il Rinascimento. Alcuni di questi edifici sacri fanno parte di Chorus, l’Associazione per le Chiese del Patriarcato di Venezia che si impegna per tutelare, diffondere e rendere accessibile il patrimonio artistico e sacro veneziano.