Il nucleare in Italia? Per gli esperti non arriverà prima di 20 anni. E resta aperto il tema delle scorie

Il punto, al di là delle tifoserie, dopo l’approvazione della Legge Delega con gli autori del libro “Avete rotto l’atomo” e con il prof. di Economia dell’Energia Arturo Lorenzoni

Per tante cose è normale dividersi in tifoserie, per la squadra del cuore, per un calcio di rigore, per un leader o un partito politico. Sul nucleare invece no, il tempo del “tifo” è passato. «Abbiamo avuto delle conversazioni di scarsa qualità, finora, ma non è detto che non possiamo avere conversazioni migliori da ora in avanti. Non so come sarà il sistema energetico europeo del 2050, né so se il nucleare farà parte del mix italiano. Ho le mie opinioni, le ho messe in discussione e migliorate. Di più non potevo chiedere». La riflessione è del giornalista ambientale Ferdinando Cotugno, che ha firmato la prefazione di “Avete rotto l’atomo” (People edizioni), libro per volenterosi non addetti ai lavori sul nucleare, scritto da due giovani ingegneri, il friulano Matteo De Piccoli e il lombardo Giovanni Montagnani, con un’intenzione precisa: scardinare la tifoseria sugli spalti pro e contro il nucleare, agitata per decenni dai dibattiti referendari, e avviare una riflessione nel merito, che tenga conto dell’inesorabile complessità del tema. Un approccio utilizzato anche a Mestre in occasione dell’iniziativa “Oltre il sì e il no al nucleare”, promossa da Legambiente Venezia il 2 ottobre al Centro Culturale S. Maria delle Grazie.

Il Disegno di Legge Delega e poi? Esiste davvero un “nucleare sostenibile”? Potrebbe essere la componente di un futuro mix di fonti energetiche unite alle rinnovabili? E in quali tempi l’Italia potrà dotarsene, a partire dall’approvazione dell’ultimo Disegno di Legge Delega, oggi poco più che un’indicazione di intenti, a settembre passato alle Camere e che attende nei prossimi mesi i decreti attuativi? «La filiera del nucleare è estremamente complessa. Il nucleare, lo sappiamo, nasce perché serviva un’arma definitiva. Nel dopoguerra si è provato a cercare di controllare quest’energia incredibile per scopi civili. Un reattore lavora perché all’interno c’è un combustibile, un neutrone arriva e rompe l’atomo, e c’è un moderatore, di solito acqua, e un fluido termovettore, anch’esso di solito acqua, che serve a portar via il calore da utilizzare come fonte di energia. Di fatto, parliamo di grossi pentoloni a pressione per produrre acqua calda, all’interno dei quali avviene una reazione nucleare di fissione a catena. Sostanzialmente ci sono delle scelte da fare su questi componenti e qui si gioca tutta la varietà che entra in campo quando parliamo di nucleare». A spiegarlo è Matteo De Piccoli, ingegnere nucleare formatosi al Politecnico di Torino e divulgatore scientifico.

«Abbiamo reattori di prima e seconda generazione, mentre oggi arriviamo alla terza fino ad immaginare una quarta generazione ed ogni paese – il Canada, la Francia, l’America – nel tempo ha sviluppato tipologie diverse. Una centrale nucleare ad acqua ha un rendimento più basso di una centrale a gas, a causa di vincoli imposti dalla tipologia di fluido termovettore. La seconda generazione di reattori è, per capirci, quella di Chernobyl e Fukushima. La terza generazione ha tecnologie simili ma sicurezza maggiore: un reattore di seconda generazione ha una probabilità su centomila all’anno di dar vita ad un incidente grave, la probabilità nei reattori di terza generazione è più bassa (meno di una su un milione), anche se non potrà mai arrivare a zero. Quando sentiamo parlare invece di reattori di quarta generazione, sappiamo di parlare di tecnologie che non hanno ancora raggiunto un livello commerciale, che non sono cioè ancora in grado di essere utilizzate per produrre energia in modo economicamente competitivo. Si passa dai reattori ad acqua di oggi, che lavorano a circa 300-325 gradi centigradi con un rendimento attorno al 33 per cento, fino ai reattori ad alta temperatura che arrivano a 950 gradi, per tecnologie che però non hanno ancora raggiunto un livello di sviluppo sufficiente». E poi ci sono i reattori veloci: si dice che il loro combustibile si potrà riciclare e che potranno sfruttarlo quasi per intero, una prospettiva che al momento in occidente ha più a che fare con la teoria che con la nuda realtà.

Vent’anni per avere energia nucleare in Italia

Arturo Lorenzoni, docente di Economia dell’energia all’Università di Padova, calcola all’incirca vent’anni tra l’attuale legge delega e la prima emissione di energia da una prima ipotetica nuova centrale: «Prendendo ad esempio i modelli più efficienti di impianti già attivi, nella migliore delle ipotesi, iniziando oggi a costruire nuove centrali noi inizieremmo a vedere la prima emissione di energia sul mercato tra il 2044 e il 2048».

La questione scorie? «Anche sulla parola “sostenibile” bisogna intendersi – continua De Piccoli – il DDL italiano sembra allinearsi alla definizione di nucleare sostenibile data dall’Unione Europea, che fa riferimento a reattori di terza generazione che prevedono di stipare i rifiuti emessi, cioè il combustibile esausto, in depositi geologici. Parliamo di buche create nelle profondità della terra contenenti elementi che restano pericolosi per un periodo compreso tra i 100mila e i 300mila anni». Una prospettiva che, anche in questo caso, è di fatto ancora una teoria: «Nessuna nazione al momento ha un deposito geologico funzionante per i rifiuti civili – precisa De Piccoli – in Finlandia si sta per inaugurare il primo, pensato per lo smaltimento di rifiuti ad alta attività, quelli che richiedono un isolamento di centinaia di migliaia di anni. Altri paesi hanno dei depositi di superficie per i rifiuti a più bassa attività e a questi si fa riferimento quando in Italia si parla di deposito nazionale».

E se questo pare somigliare ad un futuro potenziale, ancor più in là si proiettano i cosiddetti mini reattori modulari, una forma di reattore nucleare a basso impatto attualmente non ancora in esercizio in Occidente.

C’è poi la questione della fusione. Gli addetti ai lavori concordano nel dire che per veder funzionanti impianti nucleari a fusione – la tecnologia più promettente è il tokamak, alla base del progetto internazionale Iter – si dovrà attendere almeno la metà del secolo. Con un’unica avvertenza, riferiscono gli autori De Piccoli e Montagnani: «Sono 50 anni che ‘la fusione nucleare arriverà tra 25 anni’».

Se, come e su quali eventuali impianti investire, qui si gioca la partita. Tra il verosimile, il reale e l’opportuno, scegliere il nucleare non è solo una questione tecnica ma anche sociale. «La sfida, oggi, si gioca nel ripristino di una chiara gerarchia di sovranità e di onestà – scrivono De Piccoli e Montagnani -. Rivendicare il primato della politica significa riconoscere che spetta alla società stabilire i fini della convivenza, mentre la scienza deve tornare a essere lo4 strumento onesto al servizio di quei superiori obiettivi sociali». Conti e programmi alla mano, e lasciando da parte spalti e tifoserie.

Maria Paola Scaramuzza

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