Il nucleare in Italia? Per gli esperti non arriverà prima di 20 anni. E resta aperto il tema delle scorie

Per tante cose è normale dividersi in tifoserie, per la squadra del cuore, per un calcio di rigore, per un leader o un partito politico. Sul nucleare invece no, il tempo del “tifo” è passato. «Abbiamo avuto delle conversazioni di scarsa qualità, finora, ma non è detto che non possiamo avere conversazioni migliori da ora in avanti. Non so come sarà il sistema energetico europeo del 2050, né so se il nucleare farà parte del mix italiano. Ho le mie opinioni, le ho messe in discussione e migliorate. Di più non potevo chiedere». La riflessione è del giornalista ambientale Ferdinando Cotugno, che ha firmato la prefazione di “Avete rotto l’atomo” (People edizioni), libro per volenterosi non addetti ai lavori sul nucleare, scritto da due giovani ingegneri, il friulano Matteo De Piccoli e il lombardo Giovanni Montagnani, con un’intenzione precisa: scardinare la tifoseria sugli spalti pro e contro il nucleare, agitata per decenni dai dibattiti referendari, e avviare una riflessione nel merito, che tenga conto dell’inesorabile complessità del tema. Un approccio utilizzato anche a Mestre in occasione dell’iniziativa “Oltre il sì e il no al nucleare”, promossa da Legambiente Venezia il 2 ottobre al Centro Culturale S. Maria delle Grazie.
Il Disegno di Legge Delega e poi? Esiste davvero un “nucleare sostenibile”? Potrebbe essere la componente di un futuro mix di fonti energetiche unite alle rinnovabili? E in quali tempi l’Italia potrà dotarsene, a partire dall’approvazione dell’ultimo Disegno di Legge Delega, oggi poco più che un’indicazione di intenti, a settembre passato alle Camere e che attende nei prossimi mesi i decreti attuativi? «La filiera del nucleare è estremamente complessa. Il nucleare, lo sappiamo, nasce perché serviva un’arma definitiva. Nel dopoguerra si è provato a cercare di controllare quest’energia incredibile per scopi civili. Un reattore lavora perché all’interno c’è un combustibile, un neutrone arriva e rompe l’atomo, e c’è un moderatore, di solito acqua, e un fluido termovettore, anch’esso di solito acqua, che serve a portar via il calore da utilizzare come fonte di energia. Di fatto, parliamo di grossi pentoloni a pressione per produrre acqua calda, all’interno dei quali avviene una reazione nucleare di fissione a catena. Sostanzialmente ci sono delle scelte da fare su questi componenti e qui si gioca tutta la varietà che entra in campo quando parliamo di nucleare». A spiegarlo è Matteo De Piccoli, ingegnere nucleare formatosi al Politecnico di Torino e divulgatore scientifico.
«Abbiamo reattori di prima e seconda generazione, mentre oggi arriviamo alla terza fino ad immaginare una quarta generazione ed ogni paese – il Canada, la Francia, l’America – nel tempo ha sviluppato tipologie diverse. Una centrale nucleare ad acqua ha un rendimento più basso di una centrale a gas, a causa di vincoli imposti dalla tipologia di fluido termovettore. La seconda generazione di reattori è, per capirci, quella di Chernobyl e Fukushima. La terza generazione ha tecnologie simili ma sicurezza maggiore: un reattore di seconda generazione ha una probabilità su centomila all’anno di dar vita ad un incidente grave, la probabilità nei reattori di terza generazione è più bassa (meno di una su un milione), anche se non potrà mai arrivare a zero. Quando sentiamo parlare invece di reattori di quarta generazione, sappiamo di parlare di tecnologie che non hanno ancora raggiunto un livello commerciale, che non sono cioè ancora in grado di essere utilizzate per produrre energia in modo economicamente competitivo. Si passa dai reattori ad acqua di oggi, che lavorano a circa 300-325 gradi centigradi con un rendimento attorno al 33 per cento, fino ai reattori ad alta temperatura che arrivano a 950 gradi, per tecnologie che però non hanno ancora raggiunto un livello di sviluppo sufficiente». E poi ci sono i reattori veloci: si dice che il loro combustibile si potrà riciclare e che potranno sfruttarlo quasi per intero, una prospettiva che al momento in occidente ha più a che fare con la teoria che con la nuda realtà.
Riaperto il Museo ebraico veneziano: la memoria come antidoto al pregiudizio

Riapre le sue porte al pubblico, dopo sette anni di chiusura, il Museo ebraico di Venezia, con sede nel cuore del Ghetto più antico del mondo, istituito a Cannaregio nel 1516. Gli spazi sono stati rinnovati e ampliati, sono state eliminate le barriere architettoniche per garantire l’accesso alle persone con difficoltà motoria (a cominciare dall’installazione di due nuovi ascensori e dalla presenza di rampe e servoscala a scomparsa) e sono state restaurate le storiche sinagoghe: Tedesca (del 1528), Canton (1532) e Italiana (1575). Lunedì scorso la presentazione dei lavori, nell’ambito di un ambizioso progetto dal costo complessivo di 12 milioni di euro finanziati – e in questo senso fondamentale è stato il ruolo svolto da David Landau, storico d’arte e membro della Comunità ebraica veneziana – grazie ad una serie di donazioni private da parte di Save Venice, World Monuments Fund, Venice in Peril Fund, Venetian Heritage, Ronald Lauder, la famiglia Rothschild e la Jerome Levy Foundation. Accanto a loro ha contribuito alla realizzazione del progetto anche il Ministero della Cultura. Martedì, invece, l’inaugurazione alla presenza, tra gli altri, del rabbino capo Alberto Sermoneta, del Patriarca Francesco Moraglia e dell’imam della Coreis italiana Mansur Abd al-Hayy Baudo. «Questo Museo è un labirinto – ha esordito la direttrice, Marcella Ansaldi – e il restauro architettonico a cui è stato sottoposto ha permesso di renderlo più ordinato, affinché il visitatore si senta a suo agio. Se una persona vi entra piena di pregiudizi, per poi averne anche uno soltanto in meno all’uscita, per noi sarebbe già una vittoria». Fondato nel 1954, il Museo conserva oggetti rituali, opere di oreficeria, tessuti sacri, libri e manoscritti antichi, narrando secoli di vita religiosa, culturale e sociale. Una superficie passata da poco più di 1200 mq a oltre 1700, grazie all’integrazione di ambienti acquisiti proprio dalla Comunità ebraica. L’ingresso, dov’è stato posizionato un metal detector per motivi di sicurezza, è stato rinnovato; sono presenti poi spazi riservati a bookshop e caffetteria, nuove sale espositive permanenti e temporanee, una biblioteca e un archivio a disposizione di studiosi e ricercatori, oltre che aree destinate alla didattica e alle scuole.
I primi diaconi permanenti raccontano quarant’anni di ministero

Sono passati 40 anni da quando il pomeriggio di sabato 18 ottobre 1986, festa di S. Luca, in Basilica di San Marco il patriarca Marco Cé ordinò i primi dodici diaconi, realizzando così anche nella nostra diocesi una delle novità del Concilio Vaticano II: il ripristino del diaconato come ministero stabile e permanente nella Chiesa e non più solo di passaggio al presbiterato; e inoltre la possibilità di conferirlo a uomini sposati.
Alla concelebrazione parteciparono tra gli altri anche il vicario generale mons. Giuseppe Visentin e il teologo don Nini Barbato, incaricati per la formazione dei diaconi. Dei primi dodici diaconi sei festeggiano in cielo questo anniversario: Antonio Maschietto, Ilario Albertini, Arturo Pedrazzi, Antonio Dariol, Giuseppe Pistolato e Gianni Ferraresi, che nel Consiglio pastorale diocesano, subito dopo l’arrivo del patriarca Marco Cè a Venezia, collaborò attivamente al ripristino del diaconato permanente nella nostra diocesi. Ecco gli altri sei diaconi: Antonio Sinatora, Benito Colecchia, Matteo Bognolo, Gino Cintolo, Sergio Sabbadin e Tiziano Scatto.
Il diacono Giuseppe Pistolato, per tutti Bepi, già vedovo e con tre figli al momento dell’ordinazione, avrebbe compiuto un secolo di vita il 17 novembre prossimo, ma è mancato nei giorni scorsi. Testimone di fede e esempio di umanità, ha esercitato il servizio diaconale nella sua parrocchia di Zelarino e in carcere a Venezia fino ad alcuni anni fa. Bepi ricordava i cinque anni di formazione e preparazione al diaconato, che sono stati il «tempo dell’innamoramento della Parola e della Carità. L’invito del patriarca Marco Cè, per bocca di don Piero Lucchetta, mi chiedeva di accettare questo invito a frequentare in via sperimentale questo corso. Io risposi con il mio sì, ripetuto poi nel giorno dell’ordinazione».
Il diacono Tiziano Scatto, segretario della Comunità diaconale, è l’unico celibe dei dodici ordinati 40 anni fa e così ricorda quell’evento ecclesiale. «Sono trascorsi 40 anni da quel 18 ottobre 1986 quando in una basilica di san Marco gremita il cardinal Patriarca Marco con le lacrime agli occhi ordinava i primi 12 diaconi nella forma stabile del ministero diaconale. La formazione e il discernimento durarono 5 anni, all’inizio c’erano ben 54 coppie, ma col passare del tempo ci fu un discernimento e alla fine rimanemmo in 12: dieci uomini sposati, un vedovo e un celibe. Chi con una laurea, chi con un diploma di scuola superiore e chi con un diploma di scuola media; tutti con un lavoro e una professione e figli piccoli da crescere. Tutti con la consapevolezza che andavamo incontro ad una novità per la Chiesa veneziana, per le nostre parrocchie, per il presbiterio, che non sempre è stato favorevole all’apertura a questo ministero: faceva un po’ problema il fatto dei diaconi sposati. Ricordo come fosse oggi, quando dopo l’ordinazione il Patriarca Marco mi consegnò la missio canonica (che ogni diacono riceve a norma del Diritto Canonico) e che consiste nella missione che il vescovo affida ad ogni chierico ordinato. Mi disse: “Dovrai sfondare porte, abbattere muri, sarà faticoso e ti farai male, perché il diaconato è una novità bella, voluta dallo Spirito, dal Concilio, ma non tutti lo capiscono e lo vogliono. Ma bisogna obbedire allo Spirito”.
Chi è il diacono?, si domanda Scatto: cosa ha da dire alla Chiesa tutta? «Il diacono non fa qualcosa, ma è: è nella Chiesa e nel mondo il segno di Gesù Servo e indica alla Chiesa tutta che compito di ognuno è servire sul modello di Gesù, che sta in mezzo a noi come colui che serve. Il diacono garantisce il volto di una Chiesa che è generata e rigenerata da un Vangelo annunciato, incarnato in relazioni di amore, testimoniato in azioni e rapporti di autentica umanità e umanizzazione per tutti. Il ministero dei diaconi non si esprime nella presidenza della comunità raccolta, ma nella promozione attiva di una Chiesa della diaconia, una Chiesa samaritana, che in questa storia si prende cura di ognuno e che reclama e percorre le vie della giustizia. Essere una Chiesa della lavanda dei piedi, a imitazione di Gesù, Signore e Maestro, che sovverte le logiche mondane e fattivamente dischiude uno stile nuovo di rapporti».
Il diacono Sergio Sabbadin ricorda come «con tanta trepidazione, nel 1986, sono stato ordinato diacono per la Chiesa che è in Venezia. Quarant’anni fa non avevo piena consapevolezza di che cosa volesse dire essere diacono, non avendo nessun riferimento, come esempio, da imitare. Mi sono fidato della Santissima Trinità. Avevo 36 anni e già due figli: Gilberto che aveva 8 anni (diventato poi don Gilberto) e Giovanna che aveva appena 2 anni. Mia moglie Ivana è stata determinante nel cammino di formazione al diaconato. La mia professione era quella di infermiere. Il Patriarca Marco mi ha dato il mandato a svolgere il mio servizio in parrocchia dove risiedevo, S.M. Ausiliatrice della Gazzera. Successivamente, il Patriarca Angelo Scola mi ha conferito un nuovo mandato: da quindici anni sono Assistente religioso all’Ospedale dell’Angelo a Mestre e faccio parte della piccola comunità della Cappellania, che cerca di assolvere quel prezioso sevizio di incontrare i pazienti ricoverati e i loro parenti. In questo servizio di assistenza religiosa sono stato riconfermato dal Patriarca Francesco».
Nel ricordare l’omelia, dalla caratteristica profetica, fatta dal Patriarca Cè per l’ordinazione dei primi 12 diaconi permanenti nella nostra Diocesi, Sabbadin sottolinea «l’esortazione a non avere paura e ancora: “Ricordatevi che lo Spirito non ha limiti e non ha confini e che la consacrazione diaconale vi seguirà sempre e deve fare di voi un segno dell’amore di Dio e di una Chiesa ‘mandata e serva’ dell’Evangelo per la salvezza dell’uomo”. Con tutti i miei limiti e le mie mancanze, ho cercato di tener presente questa esortazione, sapendo che non sono solo, ma sotto la potente guida dello Spirito Santo e della sua Santa Chiesa».
Il diacono Antonio Sinatora dei quarant’anni trascorsi da quando il diaconato permanente è stato introdotto nella diocesi di Venezia ricorda «l’amabile persona del Patriarca Marco, che per i primi dodici uomini chiamati al ministero è stato veramente un padre, sostenendoli anche nel corso della formazione con la sua costante presenza, particolarmente nel corso degli esercizi spirituali. I sei anni di preparazione sono stati un tempo prezioso, non solo per lo studio delle discipline inerenti al ministero, ma anche per la bella comunione che si è formata fra le famiglie dei futuri diaconi. Lo ricordo, tuttavia, anche come tempo di lotta spirituale per l’affacciarsi dei dubbi, certezze e incertezze, un tempo per imparare a volare con l’aiuto immancabile dei vari maestri e del Patriarca mediante quell’ala pronta a correggere e incoraggiare. Bellissimo il momento dell’ordinazione, che ha vestito con abiti di festa la Basilica di San Marco, riempitasi di fedeli provenienti dalle varie comunità, festa sentita in particolare da coloro che credevano nel diaconato come completamento dei ministeri ordinati. Dopo l’ordinazione sono stato confermato a servizio della comunità di San Lorenzo Martire per il servizio della catechesi, liturgia e carità, impegni che già svolgevo da anni, con l’aiuto della mia sposa in riferimento alla catechesi per ragazzi e giovani. Quarant’anni, un periodo lungo e ricco di gioie umane e spirituali, come pure tempi di fatiche e rinunce che hanno coinvolto l’intera famiglia, mantenendo tuttavia una grande serenità».
Il diacono Matteo Bognolo il suo servizio parrocchiale lo ha sempre svolto al Lido di Venezia, dalla originaria parrocchia di S. Antonio a quella di S. M. Elisabetta. In un’intervista di qualche anno fa, nel ricordare l’ordinazione, gli veniva subito in mente che «il Patriarca Marco ci aveva avvertito che la prima ordinazione sarebbe stata un evento coraggioso e che nessuno poteva sapere come sarebbe andata a finire… Un illuminato formatore era solito dire ai diaconi in formazione: state più sulla porta della chiesa e meno in sacrestia. Sono contento di avere portato la croce per gli anni passati e, per quanto riguarda il diaconato, vedo un futuro roseo, perché il Patriarca Francesco ha riaperto il cammino».
Il diacono Gino Cintolo, dopo l’ordinazione, è stato confermato a continuare il servizio della catechesi nella parrocchia della Risurrezione del quartiere Cita di Marghera, dove risiede dal 1971, e ricorda che per la prevista nascita del secondo figlio per i primi di dicembre del 1986 non è stato possibile programmare la data di ordinazione per la festa dell’Immacolata, come si era pensato in un primo momento: «La contemporanea nascita del diaconato e del secondo figlio in famiglia hanno costretto me e Paola a trovare un nuovo equilibrio, non sempre facile». E qui torna alla mente un passo dell’omelia del Patriarca Marco all’ordinazione di questi primi 12 diaconi: «Per coloro che il Signore ha chiamato col Sacramento del Matrimonio, anche le mogli hanno espresso la loro condivisione della scelta del marito, affermando così, conforme alla coscienza della Chiesa, la convinzione che, con l’aiuto del Signore e dei Sacramenti, il dono del Diaconato non smentirà ma confermerà la grazia del loro Matrimonio».
Andrea De Bernardin: il ritiro del ghiacciaio della Marmolada

«Del ritiro del ghiacciaio della Marmolada avevo parlato in libro pubblicato nel 2006, già 20 anni fa. Non ero un veggente, ma era un argomento che chi conosce la montagna vedeva sotto i suoi occhi e io ne sentivo parlare dagli anziani già da bambino negli anni ’70, ora che il cambiamento è evidente, soprattutto d’estate, si capisce il ruolo da “termometro” del clima che ha». Inizia così il racconto di Andrea De Bernardin, ospite di un incontro promosso dall’Università del tempo libero di Dolo, lo scorso giovedì 22 ottobre alle ore 15.30 presso l’Auditorium dell’Istituto Lazzari. A partire dalla Grande Guerra, l’ex sindaco di Rocca Pietore e saggista, ha tracciato il percorso di cambiamento profondo del più importante ghiacciaio del Veneto.
La tradizione che si rinnova: il “Veni Creator” di Marco Gemmani

Molto apprezzato il nuovo inno “Veni Creator” su testo dell’erudito carolingio Rabano Mauro (780 – 856) composto da Marco Gemmani, Maestro di Cappella presso la Basilica di San Marco. L’opera è stata commissionata al maestro dal coro della Cattedrale di Fulda (Germania). La città è sede vescovile, custode delle spoglie di San Bonifacio (primo evangelizzatore della Germania) e per questa ragione luogo simbolico in cui si riunisce la Conferenza Episcopale Tedesca; inoltre proprio a Fulda nacque Rabano Mauro, autore del ben noto testo dell’inno liturgico allo Spirito Santo. «Si tratta di un onore per me – afferma Gemmani – perché non capita spesso che un coro tedesco commissioni una musica a un maestro italiano. Inoltre mi ha dato grande soddisfazione sapere che la musica, eseguita dal coro di Fulda lo scorso 28 settembre all’interno della Santa Messa di apertura alla Conferenza Episcopale, sia stata molto apprezzata». Il coro, in segno di riconoscenza verso il maestro compositore, nei giorni successivi ha riproposto l’esecuzione dell’inno liturgico in varie città del Veneto. È stato concesso anche un permesso speciale per l’esecuzione nella Basilica di San Marco a Venezia. «È stata un’esperienza meravigliosa- dichiara Gemmani – poter ascoltare la mia composizione nella splendida basilica in cui lavoro. Ammetto che in questa occasione mi è sembrato strano ricevere un caloroso applauso perché di solito in basilica, trovandosi la Cappella Marciana nelle cantorie in alto e nascosta alla visuale del pubblico, nessuno rivolge ai musicisti e ai cantori un applauso durante o al termine della liturgia».
La Casa di The Human Safety Net è il “terzo luogo” dei veneziani

Quello che prima era un luogo inaccessibile al pubblico ora è la casa dei veneziani. Proprio nel cuore di Venezia, nelle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, la Casa di The Human Safety Net, nata per amplificare la missione della Fondazione di Generali presente in 25 paesi nel mondo con programmi per famiglie e rifugiati, a cinque anni dall’apertura al pubblico, è finalmente un luogo di ritrovo per la cittadinanza, diventando quello che il sociologo americano Ray Oldenburg definisce “terzo luogo”. Sono infatti sempre di più i veneziani che frequentano gli spazi delle Procuratie, insieme ad un pubblico italiano.
«C’è voluto del tempo per costruire una comunità attorno alle Procuratie e conquistare la fiducia delle persone. Ora puntiamo a rafforzare sempre più questo legame e farci conoscere anche a livello internazionale» ha detto Alexia Boro, Direttrice della Casa di The Human Safety Net, spiegando che lo spazio è sempre accessibile liberamente, eccetto il martedì che è giorno di chiusura. Essendo stati per tanto tempo sede degli uffici di Assicurazioni Generali, gli spazi delle Procuratie Vecchie sono rimasti un mistero: «Ora, aperte al pubblico dopo il restauro di David Chipperfield, cerchiamo sempre più di far capire che le Procuratie non sono un luogo esclusivo ma inclusivo. – e continua Boro – La Casa, infatti, aspira sempre più ad essere un luogo in cui persone di età, provenienze ed esperienze diverse possano incontrarsi anche solo per un caffè o fare co-working».
Da Venezia a Tokyo, un ponte musicale sulle note della chiesa di Sant’Alvise

Venezia e il Giappone uniti nel segno della musica, in un dialogo che attraversa distanze geografiche e culturali per ritrovarsi nell’universalità del suono. È in questo incontro che l’organo storico della chiesa di Sant’Alvise è tornato a vivere, affidando la propria voce a Kinue Aota, organista titolare della cattedrale cattolica di Tokyo. Un ponte tra Oriente e Occidente, tra una tradizione musicale secolare e nuove possibilità di ascolto, volto ad accompagnare la rinascita di uno strumento prezioso per il patrimonio artistico veneziano. Dopo lunghi anni di silenzio, l’organo di Sant’Alvise, a Cannaregio, è tornato a suonare. L’inaugurazione mercoledì 14 ottobre, attraverso un concerto tenuto da Kinue Aota, premiata in numerosi concorsi e nel corso della sua carriera esibitasi con orchestre, ensemble e cori. Svolge un’intensa attività concertistica nel suo Paese e all’estero ed è stata tra i componenti di giuria in concorsi internazionali di organo. Realizzato nel 1760 da Nicolò Moscatelli, quello della chiesa veneziana è stato sottoposto ad un accurato restauro che ha permesso di recuperarne le componenti meccaniche, le canne e le caratteristiche sonore, restituendo alla comunità un importante tassello del patrimonio artistico e musicale della città. L’intervento, eseguito dalla ditta Francesco Zanin di Codroipo, rappresenta un passaggio significativo per la conservazione degli organi storici veneziani. Venezia, infatti, custodisce una delle più importanti concentrazioni di strumenti antichi d’Europa, a testimonianza di una tradizione organaria che, nel Settecento, raggiunse livelli di particolare rilievo. Moscatelli si formò nella bottega di Pietro Nacchini, uno dei principali protagonisti, nel settore, del XVIII secolo, presso il quale studiò dal 1738 al 1754. Dalla stessa scuola provennero altri nomi importanti, tra cui Gaetano Callido, destinato a lasciare un segno profondo nella storia musicale cittadina. A rafforzare il legame tra il costruttore dell’organo di Sant’Alvise e la chiesa stessa è anche la vicinanza geografica: il laboratorio di Moscatelli era infatti poco distante, in campo dei Mori. In un antico documento risulta che, tra il 1754 e il 1760, lui stesso avesse fabbricato ben nove organi “in molte parti di Terra Ferma, ed anche in Venezia”.
Mammografia, l’unico test che riduce la mortalità

La prevenzione delle malattie e i programmi di screening si basano sull’evidenza scientifica, agiscono su ampi numeri e sfruttano i nuovi riscontri emersi dalla ricerca, l’esperienza maturata a livello internazionale e il progresso scientifico che in medicina è in continua evoluzione. Sono lo strumento migliore per salvaguardare le persone dalle patologie attraverso organizzazioni che ambiscono a curare senza lasciare indietro nessuno.
Scherzare su questi temi può determinare pericoli letali. Le “fake news” – termine in base al contesto traducibile nella nostra lingua in più modi come bufale, notizie fasulle o false, disinformazione… – in questi ambiti non hanno senso di esistere. L’ampia diffusione dei social ha trasformato persone e società, ma chi genera fake news ha uno scopo diverso dal semplice utilizzatore: lo fa per cercare una notorietà che non ha e per realizzare un guadagno contando sul fatto che una cattiva notizia fa più audience di una buona notizia.
Con Davide Iodice le storie e i ricordi degli anziani diventano memoria da custodire

Prendere il grande e ricco patrimonio umano fatto di vissuto, racconti e desideri degli anziani e trasformarlo in un atto d’arte e di testimonianza. Da alcuni giorni nel Chiostro del Centro Servizi San Giobbe a Venezia è stata inaugurata la mostra “Promemoria” con le immagini tratte dal progetto speciale di ricerca, pedagogia e creazione ideato e diretto dal famoso regista e drammaturgo Davide Iodice. L’iniziativa, nata da un lungo percorso di incontro e creazione con le residenti e i residenti della Casa di Riposo di S. Giobbe, è stata possibile grazie alla collaborazione con I.P.A.V. (Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane) e con chi ogni giorno accompagna, assiste e cura gli anziani.
Un progetto nato inizialmente per il 54. Festival Internazionale del Teatro de La Biennale di Venezia, diretto da Willem Dafoe, che si era concluso con una performance, tenutasi proprio nella casa per anziani, che ha visto ospiti ed operatori protagonisti. L’iniziativa ora, fuori dalla scena, grazie all’Archivio Storico della Biennale di Venezia – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee è diventata una mostra fotografica, con 75 foto di Andrea Avezzu e una serie di immagini realizzate da Carlotta Vinanti, che saranno visibili al pubblico fino al 6 novembre, dal lunedì al venerdì, dalle ore 10 alle 12.
Un racconto corale, pensato per guardare all’umano con empatia che, attraverso le testimonianze fotografiche, parla di relazione e cura.