Andrea De Bernardin: il ritiro del ghiacciaio della Marmolada

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Appuntamento a Dolo per parlare dell’impatto del cambiamento climatico

«Del ritiro del ghiacciaio della Marmolada avevo parlato in libro pubblicato nel 2006, già 20 anni fa. Non ero un veggente, ma era un argomento che chi conosce la montagna vedeva sotto i suoi occhi e io ne sentivo parlare dagli anziani già da bambino negli anni ’70, ora che il cambiamento è evidente, soprattutto d’estate, si capisce il ruolo da “termometro” del clima che ha». Inizia così il racconto di Andrea De Bernardin, ospite di un incontro promosso dall’Università del tempo libero di Dolo, lo scorso giovedì 22 ottobre alle ore 15.30 presso l’Auditorium dell’Istituto Lazzari. A partire dalla Grande Guerra, l’ex sindaco di Rocca Pietore e saggista, ha tracciato il percorso di cambiamento profondo del più importante ghiacciaio del Veneto.

La “città di Ghiaccio” scavata durante la Grande Guerra nel ghiacciaio

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«Nel 2009 ho scritto un altro libro, “La città di Ghiaccio”, che racconta un fatto interessante della Prima Guerra mondiale - ha spiegato l’autore - ovvero di un’incredibile opera ingegneristica sconosciuta ai più, ovvero l'ideazione di una vera e propria città nel ghiacciaio, formata da 12 km scavati dalle truppe tedesche, arrivate in soccorso dell’esercito austro-ungarico, per rinforzare la loro posizione in una guerra di logoramento sull’allora confine». Quello che fa proprio riflettere è la situazione del ghiaccio più di 100 anni fa, quando i soldati del Deutsche Alphen Corps arrivano in 25.000 e si scontrarono con la dura realtà di alta montagna.

«Nell’inverno del 1916 le sole valanghe avevano fatto più morti che i combattimenti sulla Marmolada - ha aggiunto De Bernardin - così, oltre che per ripararsi dal fuoco italiano, si iniziò il lavoro di scavo, che permise tra l’altro di limitare le perdite, creando una città sotterranea nel ghiaccio dove la temperatura era costanze fra estate e inverno a 0 gradi». Questo era possibile grazie a uno spessore che arrivava anche a 150 metri, in cui i soldati vivevano a circa 50 metri sotto la sommità del ghiacciaio. Nel 1989 il ghiacciaio era già pesantemente arretrato e dieci anni dopo, nel 1999 aveva subito un’accelerazione maggiore dei 70 anni precedenti. «Noi lo sapevamo, ma la società faceva finta di non vedere».

La montagna e il rapporto con il cambiamento climatico

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Immagine di LeonhardLynx da Wikimedia

Proprio da quel ghiacciaio che scompariva via via sono usciti oggetti appartenenti a quel conflitto: un libro intero, elmetti, cappelli e purtroppo anche resti di soldati, oltre a un fucile con baionetta innestata. «Il ghiaccio finché è “vivo” spinge fuori i corpi estranei - ha spiegato l’autore - mediante un movimento lento ma continuo, ora però si può definire morto, nonostante continui ad arretrare. Un’antica leggenda però racconta che nel 1200 si andava sulle pendici della Marmolada a tagliare l’erba, ci sono voluti 350 anni perché alla fine dell’Ottocento il ghiacciaio occupasse 5km quadrati, mentre oggi misura 500m».

Quindi a un cambiamento climatico già in corso, l’uomo ha fornito una pericolosa accelerazione. La montagna si trova ad affrontare anche un pericoloso calo demografico, mentre resta solo qualche anno di vita al ghiacciaio. «I turisti lo guardano, sospirano un “che peccato” e se ne vanno - spiega De Bernardin - il ghiaccio scompare ma il suo ruolo di indicatore no. Meno materiale banalmente significa meno acqua in pianura, che già deve essere razionalizzata nel bellunese».

Il futuro e le sfide del clima a cui la montagna deve trovare risposte

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Andrea De Bernardin durante l'incontro

La tempesta Vaia, il distacco di parte del ghiacciaio che il 3 luglio 2022 causò la morte di 11 alpinisti sono tutti segnali che il clima non è più lo stesso. «Aprire il rubinetto e trovare sempre l’acqua non sarà scontato in futuro - ha riflettuto l’autore - mentre la montagna si è spopolata nelle estati roventi della pianura in tanti vengono a cercare refrigerio in quota, ma è un turismo mordi e fuggi, quasi come un luna park, sparisce quando si spengono le luci della stagione estiva. Affianco a questo fenomeno ce ne è uno minore di persone che decidono di trasferirsi dalla città, potrebbe essere un futuro nuovo».

Resta il tema dell’ambiente da preservare: «Dovremmo tutti essere più attenti a non sprecare, soprattutto acqua - ha concluso De Bernardin - e a usare meno la macchina se non è necessario. Non bloccherà il cambiamento del clima irreversibile, ma può mitigarne gli effetti. La montagna insegna chi la vive a rispettarla, quello che si origina qui arriva fino al mare, ed è il punto da cui partire per evitare disastri idrogeologici, ma anche la siccità e il cuneo salino alle foci dei fiumi».

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