
Venezia e il Giappone uniti nel segno della musica, in un dialogo che attraversa distanze geografiche e culturali per ritrovarsi nell’universalità del suono. È in questo incontro che l’organo storico della chiesa di Sant’Alvise è tornato a vivere, affidando la propria voce a Kinue Aota, organista titolare della cattedrale cattolica di Tokyo. Un ponte tra Oriente e Occidente, tra una tradizione musicale secolare e nuove possibilità di ascolto, volto ad accompagnare la rinascita di uno strumento prezioso per il patrimonio artistico veneziano. Dopo lunghi anni di silenzio, l’organo di Sant’Alvise, a Cannaregio, è tornato a suonare. L’inaugurazione mercoledì 14 ottobre, attraverso un concerto tenuto da Kinue Aota, premiata in numerosi concorsi e nel corso della sua carriera esibitasi con orchestre, ensemble e cori. Svolge un’intensa attività concertistica nel suo Paese e all’estero ed è stata tra i componenti di giuria in concorsi internazionali di organo. Realizzato nel 1760 da Nicolò Moscatelli, quello della chiesa veneziana è stato sottoposto ad un accurato restauro che ha permesso di recuperarne le componenti meccaniche, le canne e le caratteristiche sonore, restituendo alla comunità un importante tassello del patrimonio artistico e musicale della città. L’intervento, eseguito dalla ditta Francesco Zanin di Codroipo, rappresenta un passaggio significativo per la conservazione degli organi storici veneziani. Venezia, infatti, custodisce una delle più importanti concentrazioni di strumenti antichi d’Europa, a testimonianza di una tradizione organaria che, nel Settecento, raggiunse livelli di particolare rilievo. Moscatelli si formò nella bottega di Pietro Nacchini, uno dei principali protagonisti, nel settore, del XVIII secolo, presso il quale studiò dal 1738 al 1754. Dalla stessa scuola provennero altri nomi importanti, tra cui Gaetano Callido, destinato a lasciare un segno profondo nella storia musicale cittadina. A rafforzare il legame tra il costruttore dell’organo di Sant’Alvise e la chiesa stessa è anche la vicinanza geografica: il laboratorio di Moscatelli era infatti poco distante, in campo dei Mori. In un antico documento risulta che, tra il 1754 e il 1760, lui stesso avesse fabbricato ben nove organi “in molte parti di Terra Ferma, ed anche in Venezia”.

Prima dell’intervento, l’organo di Sant’Alvise versava da tempo in condizioni tali da impedirne l’utilizzo, tanto che l’ex parroco, Stefano Costantini, aveva avviato cinque anni fa l’iter per le necessarie operazioni volte a renderlo nuovamente fruibile. Un testimone poi raccolto da don Luciano Barbaro, l’attuale parroco, che auspica che l’organo possa tornare a suonare con regolarità per la Messa della domenica. «Ho chiesto alla Scuola diocesana di Musica sacra per la Liturgia di poter mettere a disposizione un giovane che venga a Sant’Alvise settimanalmente», riferisce don Barbaro, che spera anche di riuscire, nel tempo, a organizzare durante l’anno alcuni concerti aperti al pubblico. Tra le cause del deterioramento figuravano le infiltrazioni d’acqua nella parte posteriore della cassa, che avevano compromesso lo stato di conservazione dello strumento. Per procedere con il restauro, l’intero organo è stato smontato e trasferito nel laboratorio della ditta Zanin, dove è rimasto per alcuni mesi. Il lavoro ha interessato le diverse componenti, dalle canne agli elementi meccanici, fino alle parti in pelle, con operazioni di pulizia, recupero e manutenzione. Parallelamente si è intervenuti sul risanamento interno della cassa. Una delle fasi più delicate ha riguardato le canne della facciata, seriamente danneggiate dal cosiddetto “cancro dello stagno”, fenomeno che altera la struttura del metallo, intaccandone la conservazione. Il recupero ha richiesto un lavoro meticoloso di risanamento e integrazione delle parti deteriorate, utilizzando materiale metallico compatibile con quello originario. Conclusa la fase nel laboratorio, l’organo è stato rimontato a Sant’Alvise. Sono dunque seguite settimane di lavoro dedicate all’intonazione e all’accordatura, passaggi indispensabili per restituire allo strumento un timbro il più possibile fedele alle caratteristiche sonore originarie. Il tutto per una cifra complessiva intorno ai 100mila euro. «Il lavoro – spiega il parroco – è stato reso possibile grazie all’impegno della parrocchia e del Patriarcato, insieme al contributo dei fondi della Cei destinati al restauro degli organi storici a canne». Prima dell’inizio del concerto don Barbaro ha portato i suoi saluti ai presenti insieme a don Costantini, mentre il restauratore ha illustrato alcuni dettagli dell’operazione portata a termine.
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