
Continuiamo oggi la chiacchierata di fine aprile – quella sui bimbi terremoto, ricordate? – la cui conclusione era stata che si abusa delle diagnosi psichiatriche in bambini tutto sommato normali. Ora, invece, parliamo della terapia.
Mettiamoci subito il cuore in pace: noi siamo biochimica e nulla più. Quando ci muoviamo, quando pensiamo – ahimè sempre più raramente… – quando ridiamo o piangiamo, quando siamo arrabbiati o quando siamo contenti, “semplicemente” nel nostro cervello c’è stata una serie di reazioni biochimiche.

Gli innumerevoli neuroni che compongono quella struttura meravigliosa che abbiamo in testa, comunicano fra di loro rilasciando la precisa quantità dell’esatto neuromediatore che dà origine a tutto quello che facciamo in quel momento. Vale per la parte motoria e vale per la parte psichica. Qualsiasi sbilanciamento in questi processi sfocia in un cambiamento che il più delle volte non è completamente positivo: depressione, iperattività, psicosi e via discorrendo.
È inevitabile che per mettere a posto un problema chimico, si ricorra alla chimica. Ed ecco arrivare l’orco, l’uomo nero, il mostro: lo psicofarmaco! In realtà è una medicina che agisce sui neuroni che governano le funzioni superiori, quelle che noi chiamiamo psiche, o personalità, o come preferite. Nel caso dell’ADHD (iperattività e/o disattenzione) si usa un farmaco che aumenta la quantità di neuromediatore in particolari zone del cervello in modo che i neuroni possano comunicare fra di loro correttamente, aumentando la soglia di attenzione e consentendo al paziente di utilizzare le sue potenzialità. Intendiamoci: una zucca rimane una zucca, un intelligente può far vedere di cosa è capace, se vuole.

Però, apriti cielo, stiamo parlando di un’amfetamina! Non vi tedio sul perché e per come, ma funziona. Così come funzionano gli antipsicotici, gli antidepressivi, eccetera. E ora veniamo a cosa succede in ambulatorio. Sospettare e poi comunicare una diagnosi neuropsichiatrica, dalla più stupida alla più complessa, è la cosa più impegnativa che ci sia.
Poi bisogna che sia accettata dai genitori. Quale persona di buon senso accoglie sorridendo una diagnosi di questo tipo riguardo ai propri figli? Dopo che sono state scalate queste montagne, bisogna spiegare e fare accettare la terapia. Per qualche motivo mi trovo immancabilmente a dover cancellare dalla mente dei genitori l’immagine di un figlio che guarda attonito un muro bianco mentre si sbava addosso.
Dopo che il farmaco, faticosamente accettato, inizia a dare i suoi frutti, tutto rientra nella normale dinamica di diagnosi e terapia (come succede per infezione-antibiotico o dolore-antidolorifico…). A questo punto la terapia andrà continuata fino a quando la maturazione cerebrale consentirà una normale concentrazione. Nel maschio questo processo, come noto, può anche non avvenire… Questa è solo una battuta, per carità.
La cosa curiosa, che mi rendo conto essere sempre più frequente dopo tanti anni, è la faccia stupefatta di uno dei due genitori al momento della diagnosi: «Ma io sono uguale, perché nessuno mi ha mai curato?». Perché per lungo tempo, negli anni Novanta, alcune anime belle si erano messe di traverso al grido di “no psicofarmaci ai bambini”.
PS: Se qualcuno volesse farsi del male, consiglio: Jaak Panksepp Archeologia della mente, origini evolutive delle emozioni umane (Raffaello Cortina Editore).
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