Riccardo Cocciante: un canto di vita a San Marco

Ha stupito l’intensità ma allo stesso tempo la delicatezza con cui Riccardo Cocciante ha solcato il palco di Piazza San Marco a Venezia, dimostrandosi un professionista sopra ogni limite. Un animale da palcoscenico ma con i piedi felpati, la cui voce entra delicatamente nel cuore con la grazia e lo stile di un cantautore e uomo d’altri tempi.  Ha preso così il via ieri, giovedì 25, il calendario dei concerti estivi a Venezia, uno degli appuntamenti canori più attesi della stagione musicale veneziana. Cocciante ha aperto il programma con il tour “Io…Riccardo Cocciante Nel 2026”, dedicato al traguardo dei suoi 80 anni e all’uscita del nuovo album di inediti “Ho vent’anni con te”. Il tour, prodotto da Vivo Concerti e promosso da Giuseppe Rapisarda Management, ha proposto un viaggio attraverso oltre cinque decenni di musica, tra brani storici e nuove composizioni. Per due ore e mezza, senza mai fermarsi e bere un sorso d’acqua, Cocciante ha lasciato il pubblico a bocca aperta per l’amore e la dedizione messa in ogni canzone. «Quando ho iniziato c’è stato un momento in cu mi dicevano che dovevo cambiare il mio nome. Mi proposero nomi che non avrei mai potuto accettare, come Riccardo Conte. Per un po’ siamo rimasti d’accordo sul nome Richard Cocciante che poi però ho voluto cambiare. – ha rivelato al pubblico veneziano – Ora sono semplicemente Riccardo».

La riflessione sul corpo di Mazzi, tra argento e vetro di Murano

Con l’ingresso di Becoming with and unbecoming with nella collezione permanente di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, il lavoro di Elena Mazzi trova una nuova collocazione pubblica all’interno di un museo con cui l’artista intrattiene un rapporto biografico, formativo e simbolico. La serie, realizzata nel 2023 e composta da cinque sculture in argento e vetro di Murano, è stata acquisita grazie al PAC 2025 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, nell’ambito del finanziamento ottenuto dalla Fondazione Musei Civici di Venezia. Presentata al primo piano dell’edificio, all’interno della collezione permanente, «l’opera rafforza il ruolo di Ca’ Pesaro come luogo di conservazione e insieme di attivazione del contemporaneo: non soltanto spazio espositivo, ma istituzione capace di incrementare il patrimonio pubblico con lavori che interrogano temi centrali del presente» afferma Elisabetta Barisoni, dirigente Area Musei Ca’ Pesaro. Nel caso di Mazzi, il nucleo acquisito si concentra sul rapporto tra corpo, paesaggio e materia, mettendo in dialogo la vulnerabilità dell’esperienza individuale con una riflessione più ampia sugli equilibri tra essere umano e ambiente. L’acquisizione rappresenta anche un ritorno: «Ho studiato a Venezia, presso lo IUAV, quindi conosco profondamente, e da tempo, Ca’ Pesaro. Per me è importante essere qui: da ex studentessa, poter tornare nella città lagunare e dialogare con i suoi musei è qualcosa di fondamentale e necessario per la mia crescita espressiva» racconta l’artista.

 

Altrocanto, lo spiritual afroamericano conquista la Laguna

Quella di Altrocanto, coro polifonico dedicato agli spirituals afroamericani, è un’esperienza nata da poco ma che sta già riscontrando un grande successo, frutto di una voglia di stare insieme e di fare comunità nel segno della buona musica. Ospitato dall’associazione di promozione sociale e culturale Auser Olivolo Aps, con sede a Castello, il gruppo canoro si riunisce ogni giovedì, dalle 18.30 alle 20.30, a San Francesco della Vigna sotto la guida di Marco del Gatto, compositore e arrangiatore di origini milanesi, attivo da molti anni nella direzione di cori spirituals e gospel sia in Italia che in Francia. «Le voci attuali sono una sessantina», racconta il maestro ripercorrendo la giovane storia di una realtà che, almeno all’inizio, non avrebbe mai pensato potesse raggiungere certi numeri in così breve tempo. L’obiettivo è quello di accogliere tra i coristi nuove voci maschili, che al momento scarseggiano, e aprire le porte anche agli under 35. «Oggi, nel nostro coro, gli uomini sono soltanto una decina», dice del Gatto, lanciando l’invito a quanti vogliano mettersi in gioco in un’esperienza musicale che sta regalando già tante soddisfazioni, legata a doppio filo ad un repertorio che ha molto da raccontare, intriso di storia. La stessa ripercorsa con cura da del Gatto che, dopo aver trascorso parte della sua vita in Francia insieme alla moglie, ha scelto proprio Venezia come città in cui trasferirsi stabilmente per viverci. Gli spirituals afroamericani sono canti nati nei campi di cotone degli Stati Uniti all’epoca della schiavitù (1619-1865). Privati di ogni forma di istruzione, a eccezione della lettura dell’Antico Testamento, gli schiavi trovarono in essi una fonte d’ispirazione preziosa per cercare di affrontare la complessità e la durezza della condizione in cui erano costretti a vivere.

A Santa Fosca il turismo diventa esperienza di fede e condivisione

Gestione affidata agli studenti, prezzi calmierati e autofinanziamento: sono questi i pilastri della stagione estiva della Casa studentesca Santa Fosca, lo storico pensionato universitario veneziano con sede a Cannaregio che, durante le vacanze, “cambia pelle” aprendo le porte ai turisti in visita in Laguna. In una città segnata dal dibattito sulla monocultura turistica e sulla carenza di alloggi per residenti, il progetto di Santa Fosca si propone come un modello alternativo che continua a funzionare nel tempo. L’autogestione estiva permette infatti ai ragazzi non solo di vivere un’esperienza comunitaria preziosa, a stretto contatto con coetanei con i quali avere momenti di confronto e di condivisione, ma anche di garantire alla struttura proventi a beneficio dell’immobile stesso e della successiva stagione accademica. Il risultato, un’esperienza turistica sostenibile, che consente di reinvestire quanto ottenuto dagli ospiti che hanno scelto di affittare per un determinato periodo una camera proprio a Santa Fosca: mantenendo le rette basse e non gravando sulle famiglie. Una realtà diocesana gestita dal Centro di Pastorale universitaria insieme alle due Case “sorelle” San Michele e Catecumeni che, anche durante l’estate, non sospende dunque le proprie attività formative rivolte agli studenti, coinvolgendoli in prima persona, a turno e a gruppi di dieci, in una gestione attiva degli spazi per una settimana intera.

AVA e ULSS3 Serenissima insieme per il turismo a Venezia

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«E’ una scommessa sulla qualità igienico-sanitaria degli alberghi di Venezia, per noi è importantissima per garantire il livello dell’accoglienza», esordiscono così Massimo Zuin, Direttore Generale dell’ULSS3 Serenissima e Daniele Minotto, Direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori (AVA), al rinnovo della convenzione fra i due enti. In cosa consiste l’accordo? L’azienda sanitaria affianca i progettisti al servizio dei proprietari delle strutture ricettive nella progettazione di interventi architettonici, sia per restauri che per messe a norma e ampliamenti, in questo modo si riesce a mettere in accordo le norme di legge con le peculiarità di una città unica come quella lagunare, garantendo il rispetto dell’ambiente e della salute delle persone.

«Rappresentando le aziende ci capita di raccogliere diverse criticità – spiega Minotto – e anche l’ULSS si trova a dover dare risposte a una situazione in continuo cambiamento, allora ragionando su come poter mettere a sistema un modello di intervento, abbiamo deciso di collaborare direttamente, in modo che un progetto di intervento strutturale di un edificio e il relativo studio di fattibilità vengano condivisi e vagliati dall’azienda sanitaria prima che si apra il cantiere, in questo modo attraverso il nostro filtro, è stato creato un tavolo in cui non solo si possano comprendere prima la possibilità di realizzazione ma anche monitorare le esigenze che compaiono in città, considerando che si interviene su palazzi di 500 o 600 anni che devono seguire esigenze di sicurezza e qualità di servizi moderni, il nostro lavoro è trovare la giusta intesa».

S. Ternita: storia di un campo e prima ancora di una chiesa  

A Venezia ci sono luoghi parlanti, che sono testimonianza di quello che c’era un tempo. È il caso del campo di Santa Ternita, nome popolare per Santissima Trinità, tra quelli meno conosciuti e noti della città ma di grande fascino, che deve il suo nome alla chiesa omonima che un tempo vi sorgeva, oggi scomparsa. Proprio lì aveva luogo una delle più antiche parrocchie del Sestiere di Castello, attestata già in epoca medievale. La chiesa inoltre era famosa per aver ospitato nel 1719 la celebrazione del matrimonio tra il noto e importante pittore Giambattista Tiepolo e Cecilia Guardi. Interessante è la storia dell’edificio sacro e della comunità che si creò intorno, a testimonianza di come la città fosse florida, soprattutto in quelle zone, come viene raccontato nel nuovo progetto online “Viaggio nel tempo” dedicato alla scoperta del sestiere di Castello (leggi qui), realizzato dal Museo di Palazzo Grimani – Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, l’Associazione San Francesco della Vigna e il Convento di San Francesco della Vigna, con il sostegno della Fondazione di Venezia. La fondazione della chiesa risale probabilmente al XII secolo, in un momento in cui Castello stava consolidando la propria identità come quartiere popolare e produttivo. Venne costruita grazie alle famiglie Celso e Sagredo, che in quei luoghi avevano possedimenti e pare anche attività produttive. L’edificio, di modeste dimensioni, seguiva la tipologia delle chiese parrocchiali minori: presentava un’ aula unica, l’altare maggiore dedicato alla Trinità, e alcuni altari laterali sostenuti da famiglie o corporazioni locali. Una delle cappelle era legata proprio alla famiglia Sagredo, il cui palazzo svetta nel lato settentrionale del campo, inoltre nella chiesa si conservavano alcune reliquie di San Gerardo.

Gli psicofarmaci sono l’uomo nero? Ovvero non sparate sul pianista

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Continuiamo oggi la chiacchierata di fine aprile – quella sui bimbi terremoto, ricordate? – la cui conclusione era stata che si abusa delle diagnosi psichiatriche in bambini tutto sommato normali. Ora, invece, parliamo della terapia.

Mettiamoci subito il cuore in pace: noi siamo biochimica e nulla più. Quando ci muoviamo, quando pensiamo – ahimè sempre più raramente… – quando ridiamo o piangiamo, quando siamo arrabbiati o quando siamo contenti, “semplicemente” nel nostro cervello c’è stata una serie di reazioni biochimiche.