
Incendi e una ricostruzione finanziata dal Papa Barbo, le chiese di Venezia si scoprono tra fragilità e resilienza. Il sestiere di Castello custodisce, tra i suoi campi e le sue calli, un patrimonio artistico e spirituale di straordinaria ricchezza. Alcune delle sue chiese, come ad esempio San Martino Vescovo, Sant’Antonin e San Giovanni in Bragora, fanno parte del circuito Chorus: l’associazione che si dedica alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico veneziano. Queste tre chiese affondano le radici in epoche remote, infatti, le loro fondazioni sono collocate tra il VII e il VIII secolo, in un periodo in cui la Repubblica di Venezia stava ancora prendendo forma come città e come potenza. Ognuna racconta una storia diversa: di incendi e ricostruzioni, di committenti illustri e artisti celebri, di reliquie contese e dogi sepolti.

La chiesa di San Martino sorge quasi di fronte all’Arsenale ed è uno degli edifici più datati della città, secondo la tradizione è stata eretta per la prima volta attorno al VI – VII secolo. Realizzata inizialmente con pareti in legno e un modesto tetto in paglia, nei secoli ha subito diverse riedificazioni, specialmente a causa dei frequenti incendi. Nel Quattrocento un disastroso rogo rese necessaria la ricostruzione radicale della chiesa, la quale venne affidata a Jacopo Sansovino. Il celebre architetto non si limitò a riedificare la chiesa, ma progettò una nuova struttura, ruotando l’orientamento di novanta gradi. La nuova chiesa, a pianta quadrata e navata unica, fu consacrata nel 1654, dopo oltre un secolo di lavori travagliati. L’interno è dominato da una geometria luminosa e austera, con due cappelle per ogni angolo e un soffitto piano, dove le prospettive di Domenico Bruni incastonano la tela con la Gloria di San Martino di Jacopo Guarana, allievo del Tiepolo. I recenti restauri hanno restituito pieno splendore a questi capolavori architettonici e artistici.

Anche la chiesa di Sant’Antonin vanta delle origini antichissime, con una fondazione tradizionalmente collocata nel VII secolo. Dopo una prima ricostruzione in stile veneto-bizantino avvenuta tra il XII e il XIII secolo ed una successiva fase gotica, l’edificio subì un processo di totale riedificazione guidato dall’architetto Baldassare Longhena durante la seconda metà del Seicento, i cui lavori si conclusero con la consacrazione nel 1680. Sebbene l’esterno sia molto sobrio, l’interno svela un raffinato spazio a pianta quadrata e navata unica, dominato da una profonda cappella centrale affiancata da altari. Sul soffitto spicca l’ Incontro di San Saba e Sant’Antonino, realizzato da un allievo di Sebastiano Ricci. Un tesoro di questa chiesa è la capella di San Saba, collocata sul lato sinistro della chiesa e storicamente sotto il giuspatronato della famiglia Tiepolo. Questo piccolo ambiente, impreziosito dagli stucchi di Alessandro Vittoria, custodisce lo splendido ciclo di otto dipinti con le Storie di San Saba eseguiti da Jacopo Palma il Giovane. L’edificio dispone anche di un campanile dotato di una cupoletta a cipolla su tamburo ottagonale eretto intorno al 1750.

L’ultima tappa di questo percorso conduce nella chiesa di San Giovanni in Bragora, tradizionalmente fondata nel VIII secolo e dedicata a San Giovanni Battista. All’interno dell’edificio vengono custodite le reliquie del santo, le quali giunsero in laguna da una sconosciuta regione orientale. L’edificio assunse l’attuale aspetto tardogotico nell’ultimo quarto del Quattrocento, a seguito di una ricostruzione finanziata anche da Pietro Barbo, il quale nacque nella parrocchia e divenne Papa nel 1464. La facciata, severa e quasi priva di decorazioni lapidee, richiama in modo evidente a quella imponente dei Frari. All’interno otto colone di cotto con capitelli disadorni scandiscono le tre navate. Il fulcro architettonico e artistico è il presbiterio, dominato dal Battesimo di Cristo di Giambattista Cima da Conegliano: si tratta di una delle più antiche pale d’altare conservate in loco all’interno di una chiesa veneziana. Questo patrimonio diffuso, tutelato con costanza da Chorus, conferma ancora una volta come Venezia sia uno straordinario museo capace di unire secoli d’arte e profonda spiritualità.
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