
«La morte di un figlio non si supera. S’impara a vivere diversamente con la sua assenza e, davanti a certe sofferenze, il compito del prete non è spiegare Dio, ma aiutare la persona a non sentirsi da Lui abbandonata». È una raccolta delle riflessioni condivise ogni primo sabato del mese con i genitori che stanno attraversando il dramma della scomparsa di un figlio, il nuovo libro di don Roberto Donadoni dal titolo “Dentro la ferita. Vivere dopo la perdita di un figlio” (Marcianum Press, 2026, 192 pagine) in uscita venerdì 4 settembre. Una pubblicazione volta a raccontare e accompagnare in una delle esperienze più difficili della vita, dal parroco del Santissimo Salvatore e Santo Stefano, originario di Bergamo, toccata con mano attraverso le tante storie e testimonianze incrociate nell’arco dei quasi dieci anni trascorsi alla guida del gruppo “Genitori con un figlio in cielo”. Il volume di don Roberto è nato dall’incontro e dal cammino condiviso con madri e padri segnati da tragedie diverse – dagli incidenti stradali alle malattie, fino ai gesti più estremi come i suicidi – raccogliendo meditazioni e percorsi maturati nel tempo e offrendo uno sguardo umano sul dolore e sulla possibilità di non restarne schiacciati.

Lutto, memoria, silenzio, fatica a continuare a vivere, senso di perdita che non trova una spiegazione immediata: sono i temi cardine di un libro che si muove tra interrogativi e domande. Senza forzare delle risposte, ma aprendo le porte ad uno spazio di ascolto e comprensione. «È un testo che nasce da un’esperienza concreta. Da una decina di anni accompagno questi genitori – spiega don Donadoni – ascoltando storie fra loro diversissime. Agli incontri propongo delle riflessioni, ma soprattutto ascolto. Perché il primo compito di un sacerdote di fronte a certi casi non è parlare, quanto piuttosto mettersi in ascolto. Non si tratta di un libro sul lutto, ma sull’uomo nel momento in cui viene ferito nel profondo. La perdita di un figlio è causa di un dolore particolare, poiché contraddice l’ordine della vita. Con la loro morte, di fatto scompare una parte di futuro, tra progetti e attese». Dolore che per il parroco non va superato («non è una malattia dalla quale si guarisce»), ma che porta inevitabilmente «a vivere diversamente, trasformando il rapporto con il proprio figlio che non c’è più in memoria, gratitudine, amore». La scelta della parola “dentro” per il titolo non è casuale. «Esistono esperienze che vanno “abitate”.

E allora dentro a quella ferita può accadere qualcosa di grande. Possono nascere una solidarietà nuova, una maggiore attenzione alla sofferenza degli altri e una diversa percezione dell’esistenza. Quanto la fede aiuta in questo percorso? Non è un anestetico. Gesù stesso piange sulla tomba di Lazzaro: la speranza cristiana non dice di non farlo, ma che le nostre lacrime non sono l’ultima parola». Il riferimento è alla Risurrezione. Don Donadoni sottolinea che ci sono anche genitori che, dinanzi a determinate tragedie, la fede l’hanno persa. «Persone che bisogna rispettare». Ogni primo sabato del mese viene celebrata la Messa a San Salvador, con genitori – ci sono anche dei nuovi arrivi – che prendono parte all’appuntamento venendo persino dalle province venete limitrofe. Due volte l’anno vengono poi organizzati ritiri spirituali, mentre una un pellegrinaggio in un santuario mariano. «Quando veniamo a sapere, anche attraverso i giornali, della scomparsa di un figlio, scriviamo alla famiglia informandola del nostro cammino dentro la ferita. Alcuni genitori accettano – riferisce don Donadoni, spiegando come il gruppo, oggi, conti un centinaio di famiglie – altri invece non se la sentono o scelgono di unirsi più avanti. Io incontro sempre, personalmente, la coppia che ha perso un figlio».
Le riflessioni racchiuse nel nuovo libro sono proprio le omelie del sacerdote bergamasco. «Il gruppo è importante, perché uno degli aspetti più dolorosi della morte di un figlio è la solitudine. Una madre non può trovare una risposta a tutto ma, quando ne guarda un’altra che sta attraversando il suo stesso dramma, le parole divengono inutili: c’è un riconoscimento reciproco. Confesso che in questi anni sono stati i genitori ad accompagnare me, insegnandomi anche qualcosa sulla fede. La domanda vera non è “perché, Dio, hai fatto accadere questo?”, ma “dove sei dentro ciò che mi è accaduto?”. Continuiamo a morire, perdiamo le persone a noi care… Ecco, non vorrei che alla fine del libro si arrivasse a dire: “Ho capito il dolore”, in quanto non lo si può comprendere solo leggendo delle pagine. Vorrei piuttosto che un padre e una madre dicessero: “Qualcuno ha provato ad ascoltare quello che sto vivendo”».
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