Michele Casarin: Venezia deve tornare a produrre cultura

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Il futuro di Venezia passa per la produzione secondo il Presidente dell’Accademia di Belle Arti

Venezia è un museo a cielo aperto, questo non solo per la sua bellezza, ma perché è figlia di un impianto che dall’inizio del ‘900, grazie alla visione del conte Giuseppe Volpi l’ha pensata centro culturale, mentre Marghera doveva ospitare la grande industria e Mestre diventare il luogo di residenze per eccellenza. Ecco così allora la città «Di fatto è una capitale della cultura anche se non ha un’investitura ufficiale, ma questo primato non basta per stare al passo con le grandi capitali del mondo, affianco al consumo, spesso veloce ed effimero, serve tornare alla produzione, creando in loco arte, cinema e spettacolo». A fare questa riflessione è qualcuno che gli enti culturali li vede da vicino e li coordina, ovvero Michele Casarin, Presidente dell’Accademia di belle arti e Direttore del settore cultura del comune, che ne ha parlato ospite del Rotary Club Venezia Mestre, guidato dal Presidente Andrea Burlini, lo scorso 1 ottobre a Forte Marghera.

L’arte in città: fondazioni da tutto il mondo ma poco prodotto culturale locale

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Il paradosso è proprio quello di essere un riferimento per l’arte e la cultura nel mondo e non continuare ad alimentarne la produzione, godendo in prevalenza di quanto ereditato dal passato. «Domina un modello espositivo - ha spiegato l’esperto - indubbiamente i luoghi di pregio dove esporre non mancano, tanto che si sono affacciate moltissime fondazioni private che vogliono associarsi al “brand” Venezia, ma non c’è una produzione su larga scala». Un comparto che potrebbe creare molte opportunità di lavoro per attrarre talenti da trasformare in nuovi residenti, un esempio eclatante è la mostra del cinema.

«Possibile che ad ogni Biennale le truccatrici e i truccatori vengano da fuori città e regione? - si è chiesto Casarin - ecco che se allora formassimo dei professionisti per lavorare direttamente in laguna, portando produzioni cinematografiche da realizzare in loco, ci sarebbero nuove possibilità». Non si porrebbe nemmeno il problema degli spazi ampi per creare degli studios, visto che Marghera è ricca di edifici industriali dismessi che si presterebbero bene a una riconversione. Esperienze simili, come a Londra, dove sono stati creati villaggi cinematografici, con attività e servizi intorno, hanno generato anche nuove e innovative forme di turismo.

Una Venezia diversa che produce e non consuma solo cultura e arte

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Ripensare l’offerta culturale significa in qualche modo rivedere anche la geografia della città, smettendo di pensarla a compartimenti stagni come il modello, efficace per l’epoca, dei primi del ‘900. Il contesto è cambiato e con esso il tessuto urbano e i suoi abitanti, oltre ai city users, ovvero chi la visita a vario titolo, che oggi è 10 volte i 50.000 abitanti ogni giorno. Bisogna però fare una riflessione profonda su quello che potrebbe diventare Venezia, per tracciare delle rotte definite ed efficaci.

«Chi fa il manager culturale spesso è troppo concentrato sulla sua attività per allargare l’orizzonte al contesto - ha riflettuto il dirigente - nel mio caso, grazie al pretesto di alcuni seminari svolti per l’Università Ca’ Foscari, ho avuto lo stimolo e l’obiettivo di guardare verso l’estero per un confronto, soprattutto studiando quelle metropoli che oggi assorbono buona parte della cultura mondiale. Il turismo culturale vale l’80% del totale e la sola Venezia assorbe il 6% dei suoi lavoratori nel settore, ci sono quindi ampi margini per crescere, andando oltre alla sola conservazione del patrimonio ereditato».

Un patto pubblico-privato per un ecosistema culturale fra laguna e terraferma

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Andrea Burlini, Presidente del Rotary Club Venezia Mestre e Michele Casarin, Presidente dell'Accademia di belle arti di Venezia

«Il pubblico fa la sua parte, basti pensare che il solo il comune di Venezia gestisce teatri, come il Toniolo, cinema e centri espositivi e la fondazione Biennale assieme al Ministero della cultura, una realtà che ha un indotto da 80 milioni di euro l’anno - ha chiarito Casarin - ma ha delle logiche di accessibilità e diffusione che non poggiano sul profitto come il privato, che negli ultimi anni ha investito molto nell’arte contemporanea per intercettare anche le fasce più giovani». Certo, ognuno fa il suo mestiere, ma se queste due sensibilità andassero di pari passo verso obiettivi più ambiziosi?

«La sfida sarebbe adatta alla creazione di filiere di produzione dato che le persone a Venezia ci sono o le possiamo formare - ha concluso il manager - oggi chi si iscrive all’Accademia di belle arti non sogna di fare l’artista, ma esce come professionista con delle competenze spendibili sul mercato, unendo creatività e tecnologia, con sensibilità molto utili anche per le imprese per unire arte e scienza». Ecco che quindi con figure innovative, gli spazi giusti e i soggetti con cui interloquire, usando anche le innovative soluzioni offerte dall’intelligenza artificiale si potrebbero fare grandi cose anche a Venezia.

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