
Come si trasforma una figura storica e spirituale in un punto di svolta per la cultura, la società e la Chiesa di ogni tempo? E in che modo la poesia dantesca riesce a cogliere l’essenza di una rivoluzione basata sul totale spogliamento di sé? A questi interrogativi ha inteso rispondere il Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, nel corso del suo intervento tenutosi martedì 6 ottobre nella cornice della Sala delle Colonne a Ca’ Giustinian, nell’ambito della “Biennale della parola”.
L’incontro, dal titolo “In alto mar per dritto segno. Il cantico di Dante per Francesco”, ha preso le mosse dalla lectio del Canto XI del Paradiso dantesco per offrire un’articolata e profonda riflessione dal tema “Francesco: la povertà fatta vita”. Il Patriarca ha condotto il pubblico al cuore della Commedia, laddove la teologia si fa narrazione drammatica e l’insegnamento evangelico si trasfigura in azione concreta, evidenziando il valore rivoluzionario e mai addomesticato del Poverello d’Assisi.
L’analisi di monsignor Moraglia ha preso il via dalla collocazione strutturale del canto all’interno della III Cantica. Ci troviamo nel Cielo del Sole, la dimora degli spiriti sapienti, dove il poeta viene accolto da una corona di luci danzanti. Al centro di questo cerchio svetta san Tommaso d’Aquino, pilastro dell’Ordine Domenicano, il quale prende la parola per intrecciare l’elogio solenne di san Francesco.
Il Patriarca ha sottolineato il valore pedagogico e simbolico di questo impianto poetico: Dante costruisce uno «scambio fraterno» tra le due grandi famiglie mendicanti del Duecento. Nel Canto XI è il domenicano Tommaso a tessere le lodi del fondatore dei Francescani; nel Canto XII avverrà l’esatto contrario, con il francescano san Bonaventura da Bagnoregio chiamato a celebrare la grandezza di san Domenico.
Come ricordato nel discorso, Dante traspone sul piano celeste una consuetudine ben radicata nella Firenze dell’epoca: il 4 ottobre, per la festa di san Francesco, un frate domenicano pronunciava il panegirico del Poverello nella basilica di Santa Croce, mentre il 5 agosto spettava a un francescano celebrare san Domenico a Santa Maria Novella. Lungi da ogni sterile rivalità, i due ordini e i rispettivi fondatori vengono presentati come «due prìncipi» che la Provvidenza ha donato alla Chiesa per risanarla dal suo interno: Domenico attraverso la rigida lucidità della dottrina e la difesa della fede, Francesco attraverso l’imitazione radicale e la testimonianza vissuta del Vangelo.
Prima di immergersi nella vicenda di Francesco, il canto dantesco si apre con una tagliente invettiva contro la miseria delle preoccupazioni umane. Gli uomini, osserva Tommaso, si affannano e disperdono le proprie energie inseguendo mete caduche: il guadagno economico, la carriera ecclesiastica o civile, l’esercizio delle armi, il potere politico, i piaceri sensibili.
Mons. Moraglia mette in luce la precisa funzione drammaturgica di questa premessa: non si tratta di un semplice intermezzo moralistico, ma di un potente termine di contrasto. Se la società e il mondo intero vivono nella frenesia dell’accumulo, del possesso e dell’affermazione individuale, Francesco irrompe nella storia scegliendo deliberatamente il non-possesso, la piccolezza e lo spogliamento.
È qui che la geografia dantesca si trasforma in profezia. Il poeta descrive la collocazione di Assisi, adagiata sul versante del monte Subasio tra il fiume Tupino e le acque che scendono dal colle di sant’Ubaldo. Là dove la terra riceve per prima i raggi del mattino, sorge un nuovo e più luminoso astro per la cristianità. Per questo, nota Dante, quel luogo non dovrebbe essere chiamato semplicemente Assisi (o “Ascesi”), bensì “Oriente”. Francesco è il nuovo sole che nasce per riscaldare una Chiesa e una società minacciate dall’irrigidimento istituzionale e dal raffreddamento spirituale.

Il vertice teologico e poetico dell’intervento del Patriarca riguarda la personificazione della Povertà. Per Dante, e per Francesco prima di lui, la povertà non è una mera teoria ascetica, una forma di disagio sociale o una privazione economica: è una sposa.
È la figura femminea di Madonna Povertà, rimasta vedova e disprezzata per oltre mille anni dopo la morte del suo primo sposo, Gesù Cristo. Nessuno l’ha più cercata né desiderata, finché il giovanissimo Francesco non decide di unirsi a lei con un atto pubblico e dirompente. La rinuncia ai beni del padre, Pietro di Bernardone, dinanzi al vescovo di Assisi e alla propria comunità, non è una recita né un gesto di mecenatismo al contrario, ma uno «sposalizio scandaloso» che rompe con la logica del secolo.
Scegliendo la Povertà, Francesco recupera e ripropone la vera «forma Christi». Il Patriarca precisa un punto fondamentale per evitare qualsiasi equivoco ideologico: la povertà francescana non coincide affatto con il culto della miseria o la sofferenza fine a se stessa. Essa è, anzitutto, sinonimo di assoluta libertà. Non possedere nulla come proprietà esclusiva permette a Francesco di guardare la realtà con occhi liberi dal dominio e dall’egoismo: solo chi è spogliato dalla brama del possesso può scoprire la fraternità universale, arrivando a chiamare «fratello» e «sorella» ogni creatura, dagli ultimi ai lebbrosi, fino agli elementi del creato.
Un altro passaggio cruciale della riflessione offerta a Ca’ Giustinian riguarda il rapporto di Francesco con il Vangelo e la gerarchia ecclesiastica. Il Poverello non inventa una nuova dottrina né propone un’esegesi complessa: vive il Vangelo sine glossa, ossia letteralmente, senza attenuanti, scorciatoie o addomesticamenti mentali.
La sua non è però la strada della ribellione. Sebbene la sua scelta interroghi e scuota le ricchezze e i compromessi delle istituzioni ecclesiastiche del tempo, Francesco rifiuta categoricamente di trasformarsi in un leader d’opposizione o di fondare una Chiesa «alternativa». Cerca invece la conferma di Roma: si reca da papa Innocenzo III per ottenere un primo riconoscimento verbale e, successivamente, da papa Onorio III per l’approvazione solenne della Regola.
Dante mostra qui una straordinaria sintesi tra libertà evangelica ed obbedienza ecclesiale. Il carisma personale di Francesco non resta un’esperienza privata o anarchica, ma entra in dialogo profondo con la Chiesa universale per purificarla ed evangelizzarla dall’interno. Questa stessa spinta missionaria lo condurrà, disarmato e senza alcuna pretesa di conquista, fin davanti al Sultano Al-Malik al-Kamil.
Il culmine di questo cammino di conformazione a Cristo ha luogo sul monte della Verna dove, nel 1224, Francesco riceve le stimmate. Per Dante, i segni della Passione impressi nel corpo del Santo non rappresentano un prodigio spettacolare, bensì l’ultimo, definitivo «sigillo» con cui Cristo stesso riconosce l’assoluta fedeltà del suo servo. Fino all’ultimo atto: la morte sulla nuda terra presso la Porziuncola, in cui Francesco raccomanda ai suoi frati l’unica vera eredità, la Povertà, prima di riaffidare l’anima a Dio.

Nell’ultima parte del suo discorso, il Patriarca Moraglia si sofferma sul viraggio polemico con cui Tommaso d’Aquino conclude il Canto XI. Dopo aver intonato l’inno a Francesco, il grande teologo domenicano volge lo sguardo al proprio Ordine e ne denunzia amaramente la decadenza.
Utilizzando la celebre metafora del “pecuglio” (il gregge), Tommaso stigmatizza i frati domenicani che, ghiotti di «nova vivanda» (ossia di carriere, ambizioni mondane, potere e sottigliezze filosofiche prive di vita), si disperdono in pascoli scoscesi (»diversi salti»), tornando all’ovile privi di latte spirituale. Pochissimi sono ormai quelli che si stringono al pastore mantenendo l’abito integro e la fedeltà al carisma originario.
Un’analoga denuncia verrà compiuta da Bonaventura nel Canto XII nei confronti delle deviazioni dell’Ordine Francescano, spaccato al suo interno tra lassisti e rigoristi esasperati. Questa simmetria critica dimostra la profonda modernità dantesca: la celebrazione della santità del passato non serve a compiacersi o ad allestire un museo di memorie, ma diventa un severo ed esigente esame di coscienza per il presente.
Concludendo il suo intervento dinanzi al pubblico veneziano, monsignor Moraglia ricorda come il ritratto dantesco di Francesco rimanga un’opera viva, capace di scuotere le coscienze anche a distanza di oltre otto secoli dalla sua scomparsa. La vita di Francesco non propone una religiosità consolatoria o di comodo; è una domanda aperta e radicale rivolta ad ogni credente e alle istituzioni di ogni epoca: quanto siamo disposti a rischiare in prima persona per rimanere fedeli all’essenziale del Vangelo?
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