Don Ciotti: «Il dolore non si supera, ma può trasformarsi in amore per gli altri»

Alla presentazione a Venezia di “Dentro la ferita”, libro scritto da don Roberto Donadoni, il sacerdote e fondatore di Libera riflette sulla perdita di un figlio, sul valore della memoria e sulla necessità di ascoltare i giovani senza abbandonarli alla solitudine

Ci sono dolori che non si possono spiegare, parole che non bastano e ferite che neanche il tempo non può cancellare. La perdita di un figlio appartiene a questa dimensione: un vuoto che cambia per sempre la vita di chi resta, mettendo in discussione certezze, fede e futuro. Eppure, proprio dentro quella sofferenza, può nascere una nuova forma di amore, capace di trasformarsi in vicinanza agli altri e responsabilità collettiva. È il filo che lega la riflessione di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele, da sempre impegnato accanto alle persone più fragili, al libro “Dentro la ferita. Vivere dopo la perdita di un figlio” (Marcanum Press, 2026), del parroco della comunità marciana don Roberto Donadoni, presentato mercoledì nella chiesa di San Salvador, a Venezia. Libro che raccoglie le omelie e riflessioni condivise negli anni con il gruppo “Genitori con un figlio in cielo”, guidato proprio dall’autore. Al centro del dialogo, moderato dal vaticanista del “Corriere della Sera”, Gian Guido Vecchi, il rifiuto delle consolazioni facili, di quelle frasi pronunciate per mettere a tacere il malessere interiore, più che per comprenderlo. «Viviamo in un tempo in cui si ha paura del dolore, si ha voglia di nasconderlo, di anestetizzarlo. Come se fosse una malattia da debellare e non invece una dimensione dell’esistenza che ci appartiene, tutti: l’esperienza del dolore, chi in un modo, chi nell’altro», ha osservato don Ciotti. La ferita, dunque, non è qualcosa da cancellare in fretta, ma una realtà con cui imparare a convivere, senza fingere che tutto possa tornare di colpo come prima. «Abitare la ferita significa riconoscere che ci sono esperienze che non si superano, non si dimenticano nella vita».

«Stare dentro la ferita, senza fughe»

Da sinistra don Luigi Ciotti e il giornalista Gian Guido Vecchi durante l'incontro a San Salvador

«La morte di un figlio, la perdita di una persona amata, sono ferite che restano. E il compito non è cancellarle ma imparare a convivere con esse, a fare in modo che non diventino l'unica cosa che ci anima». Parole che nascono anche dall'incontro con tante madri e tanti padri segnati dalla morte dei loro figli, uccisi dalla droga o dalle mafie, o vittime di altre tragedie. Storie nelle quali il dolore rischia di diventare isolamento, ma può anche aprire una strada diversa, alternativa. «Ho imparato da queste persone che il dolore non si supera ma si trasforma. Può tramutarsi in impegno, in amore per gli altri. Ma affinché questo avvenga bisogna prima abitarlo, avere il coraggio di stare dentro la ferita senza fughe». Non si tratta di attribuire un senso alla morte o di considerarla accettabile, quanto piuttosto di impedire che la sofferenza produca altra solitudine. Perché nessuno dovrebbe essere lasciato solo proprio quando le parole sembrano impossibili. «La ferita – ha proseguito don Ciotti – è il modo in cui si rivela la nostra umanità più profonda. È il luogo in cui scopriamo che non siamo soli; se la ferita viene abitata insieme, allora diventa luogo di incontro, altrimenti può diventare una prigione». È anche una questione di memoria. Il sacerdote ha ricordato un episodio che lo ha segnato profondamente: il primo anniversario della strage di Capaci, dove morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Durante la cerimonia, accanto a lui, notò una donna che piangeva senza riuscire a trattenere le lacrime. Mentre le autorità ricordavano le vittime, lei si voltò verso Ciotti domandandogli come mai non nominassero il figlio. Quella madre era la mamma di Antonio Montinaro, agente della scorta di Falcone. In quella domanda c'era il bisogno disperato di veder riconosciuto il proprio figlio non soltanto come una vittima tra le vittime, ma come una persona amata, con un nome e una storia. «È lì che uno capisce il bisogno di silenzio, ma anche di usare la nostra voce affinché quei nomi non restino chiusi in un armadio, per renderli ancora vivi. Perché per noi non sono morti».

Una società sempre più anziana

Dalla memoria dei figli perduti lo sguardo si allarga così a chi oggi rischia di smarrirsi, ai ragazzi che cercano ascolto, opportunità e ragioni per credere nel futuro. Per Ciotti, il dolore non può rimanere una questione privata: diventa anche una domanda rivolta alla società, chiamata a interrogarsi sulle proprie responsabilità. E tra le ferite più urgenti ci sono quelle delle nuove generazioni, spesso alle prese con solitudine, dipendenze, marginalità e mancanza di prospettive. «I giovani che stanno manifestando nelle piazze italiane? È un segno molto bello, è importante e positivo che ci siano giovani che protestano in modo non violento: per i loro diritti, per la loro dignità, per la loro libertà, perché ci sia un cambiamento reale nel nostro Paese. Vogliamo respingere tutte le forme di violenza, è fuori discussione, ma dobbiamo riuscire anche ad ascoltarli questi ragazzi: cogliere il loro grido, il perché di tutto questo». Ascoltare significa andare oltre la condanna immediata. Significa comprendere che dietro alcuni comportamenti possono esserci disagio, assenza di riferimenti e mancanza di occasioni. «Stiamo andando indietro rispetto ai giovani: l'Italia è un Paese che si preoccupa ma non se ne occupa come si dovrebbe. Siamo una società sempre più anziana e con sempre meno giovani». Un richiamo a investire concretamente sulle nuove generazioni, attraverso servizi, spazi di aggregazione, educazione e opportunità, specie per chi vive «nelle periferie geografiche ed esistenziali».

«Bisogna investire sui giovani»

L'esperienza di Libera, impegnata anche nell'accompagnamento dei ragazzi che entrano in contatto con il sistema della giustizia minorile, mostra quanto sia importante non abbandonare nessuno alla propria fragilità. «Bisogna investire sui ragazzi», ha osservato don Ciotti, spiegando come la risposta non possa esaurirsi nell'inasprimento delle pene per i minori. Occorre prevenire, accompagnare, creare alternative. Il legame tra il dolore di chi ha perso un figlio e quello di chi fatica a trovare il proprio posto nel mondo forse sta proprio in questo: nella necessità di non voltarsi dall'altra parte. Una società capace di stare accanto a una famiglia in lutto deve saper riconoscere anche il grido di un adolescente, la solitudine di chi si chiude in casa, la dipendenza che divora una vita, la rabbia di chi non vede possibilità davanti a sé. La speranza, allora, non coincide con la cancellazione del dolore. È la scelta di non permettergli di diventare indifferenza. È restare accanto a chi soffre, custodire i nomi di chi non c'è più e costruire condizioni perché altri ragazzi possano avere un futuro. Ecco allora che nella metafora evangelica del chicco di grano, richiamata durante l'incontro, si trova l'immagine di un amore che può continuare a generare vita anche dopo una perdita.

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