La difesa diventa attacco: il vaccino che insegna a colpire il tumore

Non è un vaccino per prevenire il tumore, ma per insegnare al sistema immunitario a riconoscere meglio quello che resta della malattia dopo l’intervento chirurgico.

I primi risultati dello studio di fase 3 INTerpath-001, pubblicati nelle settimane scorse, aprono una nuova prospettiva nel trattamento del melanoma ad alto rischio, con una terapia costruita sulle caratteristiche del singolo paziente. In prospettiva, siamo ad una svolta.

La novità nasce dall’incontro fra due strumenti che negli ultimi anni hanno cambiato l’oncologia: l’immunoterapia e la tecnologia a mRNA, la stessa che molti hanno imparato a conoscere durante la pandemia. Ma in questo caso l’obiettivo è molto diverso da quello di un vaccino tradizionale. Non si cerca di impedire a una persona sana di ammalarsi: si prova invece ad addestrare le sue difese immunitarie a individuare con maggiore precisione eventuali cellule tumorali rimaste dopo la chirurgia.

Lo studio, condotto su oltre 1.100 pazienti, riguarda un vaccino personalizzato a mRNA, sviluppato dalle società statunitensi Moderna e Merck/MSD. I risultati indicano una riduzione significativa del rischio di recidiva e di metastasi a distanza quando il vaccino viene associato all’immunoterapia standard.

Don Ciotti: «Il dolore non si supera, ma può trasformarsi in amore per gli altri»

Ci sono dolori che non si possono spiegare, parole che non bastano e ferite che neanche il tempo non può cancellare. La perdita di un figlio appartiene a questa dimensione: un vuoto che cambia per sempre la vita di chi resta, mettendo in discussione certezze, fede e futuro. Eppure, proprio dentro quella sofferenza, può nascere una nuova forma di amore, capace di trasformarsi in vicinanza agli altri e responsabilità collettiva. È il filo che lega la riflessione di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele, da sempre impegnato accanto alle persone più fragili, al libro “Dentro la ferita. Vivere dopo la perdita di un figlio” (Marcanum Press, 2026), del parroco della comunità marciana don Roberto Donadoni, presentato mercoledì nella chiesa di San Salvador, a Venezia. Libro che raccoglie le omelie e riflessioni condivise negli anni con il gruppo “Genitori con un figlio in cielo”, guidato proprio dall’autore. Al centro del dialogo, moderato dal vaticanista del “Corriere della Sera”, Gian Guido Vecchi, il rifiuto delle consolazioni facili, di quelle frasi pronunciate per mettere a tacere il malessere interiore, più che per comprenderlo. «Viviamo in un tempo in cui si ha paura del dolore, si ha voglia di nasconderlo, di anestetizzarlo. Come se fosse una malattia da debellare e non invece una dimensione dell’esistenza che ci appartiene, tutti: l’esperienza del dolore, chi in un modo, chi nell’altro», ha osservato don Ciotti. La ferita, dunque, non è qualcosa da cancellare in fretta, ma una realtà con cui imparare a convivere, senza fingere che tutto possa tornare di colpo come prima. «Abitare la ferita significa riconoscere che ci sono esperienze che non si superano, non si dimenticano nella vita».

Altro che Halloween: a Venezia c’è Luce nella notte

Tornano in strada, nel cuore della movida veneziana, gli evangelizzatori di “Luce nella notte”. L’appuntamento è per sabato 31 ottobre, quando il gruppo si ritroverà nella zona di Rialto per invitare i giovani a entrare nella chiesa di San Giovanni Elemosinario e a fermarsi per un momento di preghiera e di adorazione eucaristica.

Saranno circa 25 gli evangelizzatori coinvolti, provenienti in gran parte dalle parrocchie della diocesi di Venezia, ma anche da altre realtà del territorio, tra cui Padova, San Donà e Conegliano. Un gruppo eterogeneo per età, provenienze e percorsi ecclesiali, unito dal desiderio di annunciare il Vangelo anche fuori dagli spazi abituali della vita parrocchiale.

L’appuntamento per gli evangelizzatori sarà a partire dalle 17 nel patronato di San Cassiano per un momento di preghiera e formazione. Poi alle ore 20,30 nella chiesa di San Giovanni Elemosinario sarà celebrata la Santa Messa, presieduta dal Patriarca Francesco che darà il mandato agli evangelizzatori.

Segreto svelato ai Frari: il monumento al doge Francesco Foscari era a colori

Sono emersi pigmenti sul marmo prima illeggibili ed è stata recuperata la lettura cromatica dell’affresco. È giunto al termine il restauro del quattrocentesco Monumento al doge Francesco Foscari nella Basilica dei Frari a Venezia. L’intervento, iniziato a luglio 2025 e terminato lo scorso agosto, è stato finanziato per un totale di 360 mila euro dal Comitato Save Venice, grazie al sostegno principale della Nora McNeely Hurley Foundation e al contributo di Patricia Fortini Brown e Alice T. Friedman. Di nuovo apprezzabile in tutta la sua ricchezza cromatica, il Monumento al doge Francesco Foscari domina la parete destra del presbiterio della Basilica da oltre cinque secoli e mezzo, custodendo la memoria del doge che più a lungo guidò la Repubblica di Venezia. Il complesso marmoreo, capolavoro del primo Rinascimento veneziano attribuito allo scultore fiorentino Niccolò di Giovanni Fiorentino, fu realizzato intorno al 1461. Il restauro è stato condotto da Arlango Restauro e Conservazione Beni Culturali con la direzione di Egidio Arlango, sotto la supervisione della Soprintendenza, del Patriarcato di Venezia e con la direzione dei lavori dell’architetto Marco Biscontin. La documentazione fotografica è stata svolta da Matteo De Fina, mentre le indagini diagnostiche sono state condotte da Arcadia Ricerche e 3A Laboratori Lifeanalytics

«San Marco appartiene a tutti»: Barel racconta la sfida dell’accessibilità

Sabato 17 ottobre, in piazza San Marco, il Patriarca Francesco Moraglia, il sindaco Simone Venturini e il primo Procuratore Bruno Barel hanno accolto i bambini e i ragazzi con atrofia muscolare spinale protagonisti di “Venezia a 4 Ruote by night”. Un’occasione che richiama il valore dell’accessibilità e si inserisce nel progetto “Venezia accogliente”, con cui la Procuratoria lavora per superare le barriere architettoniche e sensoriali alla Basilica e al Campanile. La stessa attenzione alle persone ispira anche l’acquisizione dell’immobile delle Suore Francescane di Cristo Re a Castello, destinato a mantenere una scuola dell’infanzia e a offrire alloggi a costi sostenibili per chi lavora in città. La visita al campanile si è svolta in un momento particolarmente significativo per la Procuratoria, impegnata nel progetto biennale “Venezia accogliente”, dedicato al superamento delle barriere architettoniche e sensoriali che possono ostacolare l’accesso alla Basilica e al Campanile. Dal 10 al 18 ottobre, infatti, l’iniziativa “The Top for All” rende possibile alle persone con mobilità ridotta, comprese quelle che utilizzano carrozzine manuali o elettriche, raggiungere autonomamente il piano di accesso all’ascensore del Campanile attraverso una speciale rampa mobile. Una rampa temporana, ma dal significato concreto, realizzato grazie al contributo della società EPS e alla collaborazione del Patriarcato di Venezia. L’ingresso al campanile è gratuito per le persone con disabilità e per un accompagnatore, senza necessità di prenotazione. È in questo contesto che il Primo Pocuratore di San Marco Bruno Barel commenta l’azione più ampia della Procuratoria in favore della Città.

Quale messaggio lascia questa giornata?
La Basilica di San Marco è un patrimonio universale e sentiamo la responsabilità di fare in modo che possa essere conosciuta e vissuta dal maggior numero possibile di persone. La tutela di un monumento non consiste soltanto nel conservarne le strutture e le opere d’arte: significa anche interrogarsi su come renderlo fruibile, nel rispetto delle sue caratteristiche storiche e architettoniche.

All’iniziativa era presente anche il Patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, che ha accolto i bambini e i ragazzi insieme alle loro famiglie. Nel suo intervento ha richiamato il valore di una sfida che consente di essere vicini a chi rischia di incontrare ostacoli nell’esercizio di un diritto e nella realizzazione di un desiderio.
La Basilica è un luogo che appartiene a tutti e che deve poter essere vissuto anche da chi incontra difficoltà di mobilità, ha sottolineato il Patriarca, esprimendo la propria soddisfazione per aver potuto accompagnare e salutare i ragazzi, i bambini e i loro genitori. Iniziative come questa permettono di offrire qualcosa di concreto alla città e di far sì che anche questi giovani possano avvicinarsi alla Basilica e sentirla parte della propria esperienza.

Il progetto “Venezia accogliente” si sviluppa attraverso interventi diversi, dal Campanile al Museo della Basilica. Quali sono i prossimi obiettivi?
Il lavoro è in corso e richiede competenze diverse. Nel 2025 abbiamo realizzato il modello tridimensionale tattile della Basilica, grazie alla collaborazione del Rotary Club Venezia e al sostegno di fondazioni, istituzioni e realtà private. È uno strumento che consente alle persone non vedenti di esplorare l’architettura del monumento attraverso il tatto e di avvicinarsi alla sua conoscenza in modo diverso.

Dall’accessibilità dei luoghi della cultura alla possibilità di abitare Venezia, il tema dell’inclusione richiama anche la dimensione sociale dell’attività della Procuratoria. È una prospettiva che trova espressione nell’acquisizione dell’immobile delle Suore Francescane di Cristo Re, nel sestiere di Castello. Perché avete deciso di intervenire in questa operazione immobiliare?
Abbiamo cercato di coniugare due esigenze fondamentali. La prima è mettere in sicurezza il patrimonio della Basilica di San Marco, perché rappresenta una garanzia per il futuro. Durante l’anno del Covid le entrate si sono fermate, mentre la Basilica richiede investimenti considerevoli: attualmente abbiamo diciannove cantieri. È quindi indispensabile disporre di un margine di sicurezza economica che ci consenta di tutelare il monumento, garantire continuità al lavoro e affrontare eventuali situazioni di difficoltà. La seconda esigenza è che ogni nostra iniziativa abbia anche una finalità sociale. Non siamo una società immobiliare speculativa, ma un ente senza scopo di lucro. Vogliamo che ogni intervento produca un valore aggiunto non soltanto economico e patrimoniale, ma anche sociale. La tutela del patrimonio e la cura della comunità non sono obiettivi in concorrenza: possono rafforzarsi reciprocamente. Rendere accessibile un monumento e contribuire a mantenere viva la città sono modi diversi di assumersi una responsabilità verso le persone.

Come è nata l’opportunità di acquisire l’immobile di Castello?
Le suore, ormai rimaste in quattro, stavano valutando la dismissione di un importante patrimonio immobiliare situato a circa dodici minuti a piedi da piazza San Marco. Erano particolarmente preoccupate per il futuro della scuola dell’infanzia ospitata nella struttura, una realtà con una lunga storia che accoglie trentadue bambini. Abbiamo compiuto una riflessione approfondita, seppure in tempi rapidi, perché erano presenti anche altri interlocutori del mercato privato. Ci sembrava importante evitare che questa opportunità andasse perduta, non soltanto per la Procuratoria, ma soprattutto per la città. La trattativa è stata veloce, diretta e trasparente, senza intermediari. Dopo le necessarie valutazioni, abbiamo ritenuto che l’intervento fosse di grande interesse per la Procuratoria e lo abbiamo approvato all’unanimità. Abbiamo fatto riferimento a una perizia estimativa redatta da un esperto indipendente, professore dell’Università di Padova, e abbiamo concluso l’acquisto a un prezzo inferiore al valore indicato dalla perizia. Una relazione tecnica ha inoltre evidenziato che l’immobile si trova in buone condizioni e può essere riutilizzato con interventi di manutenzione straordinaria relativamente contenuti. Il complesso si estende per circa 4.100 metri quadrati, dispone di cinquantasei camere con bagno, due giardini, spazi destinati alla scuola dell’infanzia e una chiesa. Abbiamo visto la possibilità di valorizzare questa struttura mantenendone la memoria e restituendole una funzione coerente con i bisogni della città.

Quali saranno le destinazioni del complesso e come verrà garantita la continuità delle attività già presenti?
Le suore avevano posto due condizioni per la cessione: garantire la continuità della scuola dell’infanzia e conservare, al piano terra, un piccolo spazio destinato a cappellina, dedicato alla memoria di una consorella che aveva rappresentato un prezioso riferimento spirituale. Abbiamo accolto entrambe le richieste. Per quanto riguarda la scuola, la Procuratoria non può gestire direttamente attività formative in base al proprio statuto. Abbiamo quindi verificato la possibilità di coinvolgere la Diocesi, che ha risposto positivamente attraverso l’ente individuato per la gestione. La collaborazione tra Patriarcato e Procuratoria ha così permesso di trovare una soluzione concreta. La scuola potrà proseguire la propria attività, dando tranquillità alle famiglie dei trentadue bambini che la frequentano. La parte residenziale sarà destinata a una foresteria per i collaboratori della Procuratoria e ad alloggi per altre persone che lavorano a Venezia. L’idea è recuperare le camere esistenti e, dove possibile, accorparle per realizzare piccoli appartamenti, adatti anche a coppie e famiglie. Vogliamo proporre condizioni economiche sostenibili, capaci di garantire l’equilibrio dell’investimento senza gravare eccessivamente sui redditi di chi lavora nella città storica. Venezia ha bisogno di persone che possano viverci stabilmente, oltre che di persone che vi lavorino. La difficoltà di trovare un alloggio a costi compatibili con gli stipendi incide sulla possibilità stessa di mantenere attivi servizi e attività.

Quanto ha pesato la possibilità che l’immobile finisse nelle mani di investitori interessati a una valorizzazione esclusivamente commerciale?
È stato un elemento importante, ma il punto fondamentale è aver individuato una destinazione coerente con la natura del bene e con i bisogni di Venezia. Un immobile di queste dimensioni, in una posizione così significativa, rappresenta una risorsa per la città. Se fosse stato destinato esclusivamente a una logica di mercato, si sarebbe potuta perdere un’opportunità per mantenere un servizio educativo e offrire alloggi ai lavoratori. Abbiamo seguito le procedure previste, comprese quelle relative all’eventuale esercizio del diritto di prelazione da parte degli enti pubblici, con la volontà di agire correttamente e nella piena trasparenza.La nostra responsabilità è fare in modo che il patrimonio continui a essere utile. Questo richiede attenzione ai conti, ma anche la capacità di guardare oltre il valore immediato di un bene e di interrogarsi sulla funzione che può svolgere nel tempo.

Quali sono i tempi previsti per la riqualificazione dell’immobile e quale futuro immaginate per gli spazi storici del complesso?
Le prime previsioni indicano che i lavori non potranno partire prima della fine del 2027, una tempistica che dovrà essere confermata alla luce del percorso progettuale e autorizzativo. La valutazione tecnica ci ha dato fiducia, perché l’immobile non sembra richiedere un restauro particolarmente lungo o invasivo, ma vengono prima di tutto la sicurezza, la funzionalità degli spazi e il rispetto delle destinazioni concordate.
Ci piacerebbe inoltre che la chiesa presente nel complesso potesse essere nuovamente accessibile al pubblico. È uno spazio che merita di essere conosciuto e valorizzato, nel rispetto della sua identità e della sua storia. Potremo valutare, in una fase successiva, eventuali iniziative culturali o altre forme di utilizzo compatibili con il luogo e con la sostenibilità economica dell’intervento. Un edificio non è fatto soltanto di metri quadrati, stanze e possibilità di utilizzo: è anche il deposito di relazioni, esperienze e storie che hanno contribuito a costruire una comunità. Quando si interviene su un patrimonio di questo tipo, bisogna saper distinguere ciò che può essere ripensato da ciò che merita di essere custodito.

Le iniziative per l’accessibilità e il progetto abitativo di Castello riflettono una visione più ampia del ruolo della Procuratoria nella vita veneziana?
La nostra missione primaria resta la tutela della Basilica di San Marco e la sua conservazione per le generazioni future. Ma essere presenti a Venezia significa anche riconoscere il contesto in cui la Basilica vive. La città non è soltanto un patrimonio artistico da visitare: è una comunità, con esigenze abitative, servizi, lavoro e relazioni da preservare.

Alpinismo e clima, Cazzanelli a Venezia: «La montagna cambia, bisogna sapersi adattare»

«Gli alpinisti del futuro dovranno essere sempre più preparati a capire quando le cose si possono fare e quando no. La montagna non è più quella di una volta, bisogna sapersi adattare».

È chiaro e fermo nel pensare il futuro il giovane alpinista e guida François Cazzanelli che, tra i pochi ad aver avuto modo di poter parlare delle sue imprese nella prestigiosa cornice della Scuola Grande di San Rocco, giovedì 22 è intervenuto con il giornalista di Repubblica Guido Andruetto nella serata “Il mio alpinismo 2.0”, tenutasi in occasione dell’evento conclusivo per gli 80 anni della Giovane Montagna di Venezia, alla presenza del presidente della sezione Tita Piasentini, del presidente nazionale Stefano Vezzoso e dell’assessore comunale Sebastiano Costalonga.

Cazzanelli è nato ad Aosta nel 1990 ed è cresciuto a Cervinia, ai piedi del Cervino, dove ha poi intrapreso il mestiere di guida alpina, di cui è anche istruttore nazionale, che nella sua famiglia si tramanda da più di cinque generazioni, ed è anche tecnico specializzato del Soccorso Alpino Valdostano. Oltre 20 sono le grandi spedizioni internazionali a cui ha preso parte, vedendo la montagna cambiare di volta in volta. Alla luce del riscaldamento globale, Cazzanelli ha infatti spiegato come cambierà il modo di andare in montagna: «Con il grande caldo le difficoltà aumentano e bisogna scegliere bene gli itinerari. Alpinisti e guide del futuro poter affrontare e gestire i grandi rischi che il cambiamento climatico sta creando sulle montagne dovranno essere ancora più bravi a cambiare rotta e obiettivi e ad adattarsi a quello che la montagna offre – e continua – Sul Cervino quest’anno abbiamo interrotto due volte le salite. Fortunatamente ci sono alternative a quote più basse finché il freddo non torna». Ma per Cazzanelli la presa di coscienza è già iniziata: «Quest’estate nelle Alpi occidentali, a differenza degli altri anni, come Soccorso Alpino abbiamo fatto pochissimi interventi sulle grandi vette e su certi itinerari non siamo mai andati. Gli alpinisti professionisti penso abbiano capito la gravità del problema e si sono diretti verso itinerari più frequentabili e sicuri in queste condizioni».

Festival Luigi Nono: al centro le voci delle donne

È stato il mondo femminile ad ispirare gran parte della produzione di Luigi Nono. Più volte nelle sue composizioni si lasciò orientare dalla profondità del pensiero di determinate donne, dalla forza delle loro idee e dal modo di guardare il mondo da prospettive uniche.

Sarà dedicata alle figure femminili presenti nell’opera e nella vita di Luigi Nono la IX edizione del “Festival Luigi Nono”, che si terrà a Venezia dal prossimo 30 ottobre al 4 dicembre in modo diffuso in prestigiosi luoghi culturali della città d’acqua. Quest’anno la rassegna, intitolata “Voci Destroying Muros” per richiamare la volontà di Nono di abbattere muri e attraversare confini, vedrà al centro le voci delle donne presenti nella vita personale del noto compositore veneziano e quelle di intellettuali e politiche che hanno contribuito a definire l’orizzonte da cui si è sviluppata la sua ricerca e che ha citato nei suoi lavori.

Il Festival, organizzato dalla Fondazione Archivio Luigi Nono per rileggere la figura e l’opera del compositore, prevederà un ricco programma di concerti, conferenze e workshop ad ingresso gratuito.

«Mio padre valorizzava tantissimo le donne: in famiglia consultava e coinvolgeva sempre mia madre e noi sorelle sul suo lavoro. Anticipatore dei tempi, ha sempre ammirato e studiato le donne rivoluzionarie, in particolare filosofe e politiche» spiega Serena Nono, figlia del compositore e organizzatrice del Festival.

Ai Frari un sabato “Tech free” per 25 giovani

Buona la prima per la proposta del Patronato dei Frari dedicata ai giovani: erano circa 25 i ragazzi che sabato scorso hanno lasciato il cellulare all’ingresso per partecipare al primo appuntamento delle “Serate tech free”, dove il divertimento e lo stare insieme sono liberi dalla tecnologia. I ragazzi, alcuni minorenni, altri maggiorenni, hanno trovato nella sala del patronatro giochi da tavolo, calcetto e ping pong: a gruppi diversi hanno giocato a scacchi, Jenga, Non t’arrabbiare, a carte, shanghai, Dungeons & Dragons… Un’esperienza che verrà ripetuta il prossimo 28 novembre, preceduta giovedì 26 (come in questa prima occasione) da un incontro tematico: il prossimo sarà dedicato alla musica attuale.

 

Antibiotici: non usiamoli in modo improprio

È ormai ben noto a tutti che una delle più importanti emergenze sanitarie di questi anni è la progressiva diffusione a livello mondiale di infezioni causate da batteri che sono diventati resistenti all’azione degli antibiotici. Questo fenomeno è la conseguenza del fatto che la maggior parte degli antibiotici deriva proprio da sostanze di produzione batterica: servono infatti nella competizione tra specie batteriche diverse affinché una prevalga sull’altra, come una specie di arma da usare contro i batteri concorrenti. Poiché i batteri sono tra le più primordiali forme di vita e sono presenti sul nostro pianeta da oltre tre miliardi di anni, le varie specie hanno sviluppato meccanismi per difendersi dalle armi nemiche imparando a diventare rapidamente resistenti ad esse.

L’uomo ha poi appreso ad usare queste sostanze come farmaci per contrastare le infezioni: la penicillina, il primo antibiotico scoperto dall’uomo, deriva infatti da un microscopico fungo (Penicillium notatum) ed è stata introdotta come farmaco nel 1941. È stata una grande scoperta per la medicina, ma subito dopo si sono osservate anche le prime, per quanto isolate, resistenze.