Girardo (Avvenire): «L’uomo sia al centro dell’era artificiale»

Il direttore di Avvenire, Marco Girardo, interverrà a Mestre il 12 novembre all’incontro sulla Magnifica Humanitas promosso da Acli Venezia: «Non è solo un’enciclica sull’IA»

Dal Concilio Vaticano II in poi, è una parola che non si arrende. Parla di pace in un mondo in conflitto, punta tutto sull’umanità mentre si apre l’”era artificiale”. La dottrina sociale della Chiesa continua a battere la strada del dialogo imponendosi al dibattito, basti pensare alla Magnifica Humanitas. Del volume effettivo e concreto di questa voce si parlerà martedì 12 novembre alle ore 18 al Centro S. Maria delle Grazie di Mestre con il secondo incontro promosso da Acli Venezia sulla dottrina sociale della Chiesa, dal titolo “Bene (poco) comune”, a cui interverranno, introdotti dal presidente Pierangelo Molena, fr. Giacomo Costa sj, sottosegretario alla Segreteria Generale del Sinodo e Marco Girardo, saggista e direttore del quotidiano Avvenire.

Marco Girardo, la voce del Papa sembra oggi l’unica a parlare di disarmo, in una Chiesa unica entità sovranazionale realmente autorevole. È davvero così?

A sorpresa, la parola più frequente che mi ha colpito leggendo Magnifica Humanitas è stata la parola “cantiere”. Il modello proposto dalle encicliche, già prima con Francesco e poi con Leone XIV, è di proporre un cantiere concreto per costruire percorsi di pace. Pensiamo alla missione del Cardinale Zuppi in Ucraina, alla vicinanza al Card. Pizzaballa per continuare a far proseguire il dialogo in Terrasanta. Leone XIV ci invita a guardare questo tempo non come spettatori, ma come protagonisti.

C’è chi parla di “Era artificiale” e della paura di un’AI fuori controllo.

All’inizio della Magnifica Humanitas ci vengono proposti due modelli. Il primo è Babele, una città efficiente, potente, ordinata, in cui domina l’ambizione dei nuovi feudatari digitali, un ordine che potrebbe funzionare ma che è senza comunione, senza riferimento al bene comune. La seconda immagine è quella di Neemia, Gerusalemme vista dagli occhi di un profugo. Neemia guarda, prega, ascolta, in una città ferita, da ricostruire, misura il danno e poi affida a ciascuno un tratto di muro, rimette in moto una responsabilità condivisa. Questa è un’immagine politica: a ciascuno il suo tratto di muro, a ciascuno di noi una responsabilità per il bene comune.

È davvero possibile governare lo sviluppo dell’AI imponendo una riflessione? Il Papa sta riuscendo nell’impresa di stimolare questa inversione di tendenza?

Lo dice abbastanza bene il filoso sloveno Slavoj Žižek, la crisi della contemporaneità è una crisi ecologica, economica e sociale, di cui vediamo gli effetti in questi giorni nelle piazze, e che ha a che fare con l’AI e la tentazione di considerare l’umano come un materiale da potenziare. Il grande pregio e l’autorevolezza del messaggio della Chiesa e del Papa è che non solo con la Magnifica Humanitas si tengono insieme le tre faglie, ma chi la legge trova un centro preciso, la persona umana creata ad immagine di Dio che ha in sé una dignità che precede la richiesta di efficienza. Questo è il nucleo e la forza della Magnifica Humanitas, è sicuramente riduttivo trattarla come un’enciclica sull’AI. Ad ogni modo il Papa non la condanna, ne riconosce l’elemento dell’alto tasso di innovazione frutto dell’ingegno umano, ma la domanda di fondo riguarda il posto che resta alla persona umana. Basta pensare a Palantir e al ruolo che l’AI ha assunto nelle guerre.

In questo contesto che ruolo ha l’informazione?

Non c’è dubbio che in uno spazio pubblico connotato da piattaforme e algoritmi, queste funzionino meglio con il conflitto che con la compassione. Il conflitto è molto adatto anche ad un’economia che monetizza la nostra attenzione e che cerca lo strumento più adatto per tenerci incollati alla piattaforma.

Avvenire si distingue spesso come voce fuori dagli schemi. Qual è il segreto?

Per essere informati, bisogna volerlo. E bisogna considerare dove ci si informa, di chi ci si fida, bisogna fare una “dieta informativa”, c’è una responsabilità anche da parte di chi riceve le notizie. Da parte invece di chi fa informazione, la responsabilità si traduce in un metodo, a partire dalla prima e buona vecchia regola del giornalismo, quella di verificare la notizia, perché molte oggi sono false o create artificialmente. E poi contestualizzare: se si segue il mainstream si pensa che oggi cresciamo generazione di vandali e siamo in balia della criminalità, mentre i reati contro la persona sono in diminuzione. Terzo punto, scegliere le parole. Per non avere una informazione che eccita e aizza, non dobbiamo scegliere parole come “allarme, emergenza, invasione, crisi, boom”, ma parole più calibrate, preferendo i volti alle categorie, che fanno molta più paura delle persone. Stranieri, migranti, poveri fanno paura, non la signora che viene a casa di nostra madre per prendersene cura perché noi non ce la facciamo.

Maria Paola Scaramuzza

Presto il decalogo di Avvenire sull’uso dell’IA in redazione: «Dichiareremo quando lo usiamo»

Come gestire l’intelligenza artificiale? Avvenire lo farà con un decalogo. «Per noi è uno strumento, non un soggetto editoriale, la responsabilità è sempre umana» afferma il direttore Marco Girardo. Così in un vero e proprio patto tra giornalisti e lettori, il giornale Avvenire è pronto a dichiarare la volontà di rispettare la paternità giornalistica dei suoi articoli, riconoscibili e sempre rigorosamente firmati. «Preferiremo sempre la qualità alla quantità, quindi niente IA per implementare i contenuti», continua il direttore. Altra parola d’ordine: trasparenza. «Quando useremo l’IA per fare una ricerca su un testo o un argomento, per un video, per realizzare un immagine o a sostegno di un’infografica, lo dichiareremo. Ci impegniamo inoltre a non inserire mai strumenti e dati personali sensibili nelle banche dati né materiali coperti da embargo». Un patto che punta a sfruttare l’IA, senza rendersene schiavi. (M.P.S.)

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