
Plasma la materia come non si vedeva fare da tempo, ma non chiamatelo Michelangelo: lui è Jago. Lo scultore di fama internazionale originario di Anagni, al secolo Jacopo Cardillo, classe 1987, che prende archetipi dell’arte classica come la Pietà e li reinterpreta, venerdì 23 è intervenuto a Venezia in occasione del Festival delle Idee, grazie alla collaborazione con il Museo di Ca’ Pesaro, in dialogo con l’editorialista del Corriere della Sera Paolo Conti.
«La pietas è un sentimento, non un’opera. Ne esistono milioni, anche se ne conosciamo in particolare una» ha chiarito subito Jago, spiegando che nei suoi lavori parte da immagini note e da storie affrontate, così da arrivare all’altro immediatamente.
«Una novità vera può non essere capita. Io parto da ciò che le persone comprendono già per dire qualcosa di nuovo. – e sottolinea – Non c’è mai un tentativo di paragone ma il desiderio di mettermi alla prova per capire se sono in grado di potermi esprimere ad un livello nuovo e personale, cercando soluzioni inedite».
In un mondo dominato dall’immaterialità e dalla virtualità, Jago ogni giorno dimostra fiducia totale nella materia e si confronta con l’immensità del marmo in cui cerca una sua forma: «Il marmo è la scelta più interessante perché, se il mondo va nella direzione opposta, non ho competitor e questo mi dà un vantaggio incredibile».
Arrivare dove è ora non è stato facile, all’inizio non trovava gallerie che lo volessero rappresentare, ed è proprio grazie al mondo virtuale che ha raggiunto la visibilità. Era un giovincello quando nel 2007 si è recato in Grecia a lavorare per uno scultore che non lo pagava e per vivere puliva i bagni in un ristorante: «Un giorno vidi il proprietario del locale usare Facebook, capii il potenziale dei social e iniziai a sfruttare la galleria delle foto come vetrina in cui mostrare i miei lavori. Con la tecnologia il mio gesto creativo diventa un moltiplicatore di opportunità» dice. Poi ha iniziato anche a rendere visibile tramite i video il suo processo creativo, prima di tutto per soddisfare la sua curiosità di poter assistere alla costruzione delle cose.
«I social però oggi sono cambiati, sono solo tv autocelebrative. Chi inizia ora dovrebbe pensare qual è il prossimo passo e non cercare di entrare in un sistema già finito. - avverte, raccontando come lui faccia un uso personale e sapiente dei social - La mia home mi suggerisce solo quello che mi interessa perché non voglio essere distratto e condizionato, il rischio è di entrare in un loop senza fine e scordarsi di vivere».

Iniziato a farsi conoscere, ad appena 24 anni, Jago nel 2011 venne selezionato da Vittorio Sgarbi per la 54. Esposizione della Biennale d’Arte di Venezia dove espose “Habemus Papam”, il busto in marmo di Papa Benedetto XVI realizzato nel 2009. Una scultura giovanile che poi è stata rielaborata dall’artista tra il 2013 e il 2016, dopo che il Papa rinunciò al soglio pontificio. Jago intervenne sull’opera spogliando letteralmente il Santo Padre dagli abiti papali con lo scalpello e rinominandola “Habemus Hominem”: «Mentre la scultura era in una mostra arrivò un messaggio di mio padre in cui mi disse: “Il Papa si è spogliato”. Intuii che in quell’opera c’era la possibilità di poter dire qualcosa di migliore rispetto al ritratto stereotipato a cui mi ero dedicato per una commissione. Potevo reintervenire e l’intuizione più interessante fu forse quella di mantenere traccia del processo di spoliazione» racconta lo scultore, che riscrivendo la materia anticipò i segni della vecchiaia del Pontefice con una precisione nel rendere la grana della pelle da far venire la pelle d’oca.
Una perfezione per cui più volte è stato definito il nuovo Michelangelo: «Un paragone ridicolo. Anche quando sono nati i Tokio Hotel dicevano che erano i nuovi Beatles, ma in comune avevano solo il fatto che suonavano e usavano gli stessi strumenti. - e continua - Definirmi Michelangelo non è motivo di orgoglio per me, io voglio essere il prossimo me stesso» dice, riferendosi al fatto che il marmo è la sola cosa che lo accomuna al maestro del Rinascimento, visto che i modi di esecuzione e la resa della materia sono chiaramente differenti. Però non condanna chi lo paragona al genio del passato: «Noi oggi abbiamo la grande opportunità di partire dai passi di qualcun altro per poter trovare i nostri, non c’è nulla di male a farsi trainare dalla grandezza degli altri, l’unico rischio è di trovare se stessi».

Il marmo è una materia che richiede tempo e grande sforzo fisico: «È un gesto di traduzione che nel mio caso fa polvere e rumore. Ho un’immagine nella mia testa e soddisfo il mio desiderio di vederla realizzata agendo sulla materia anche per tre anni. - e sottolinea - Questo è ciò che mi fa stare bene e mi fa sentire risolto».
La scultura lavora per sottrazione, solo togliendo il superfluo infatti si arriva ad un’immagine: «All’interno di quello spazio fisico esiste un numero infinito di immagini possibili, e tra quel numero mi assumo la responsabilità di sceglierne una e dedicarmici per anni».
Ogni creazione a cui lavora innesca un meccanismo di riflessione: «Ogni opera è una meta e allo stesso tempo un punto di svolta, perché mi suggerisce quello che verrà dopo.
Non riesco a descrivere il processo creativo ma mi metto a disposizione di un meccanismo di sensibilità. - e scherza - Mia moglie sopporta le mie assenze e il mio guardare nel vuoto» dice, spiegando che continua a proteggere il bambino che è in lui perché gli permette di vedere la molteplicità delle cose.
Per Jago Venezia è una città di grande ispirazione: «Entro in una dimensione in cui mi sembra stupefacente possa esistere così tanta bellezza che ti gronda addosso. - dice - Potrei stare una giornata intera seduto davanti ad una facciata per osservare uno scorcio o una luce che passa».
Ogni volta che se ne va dalla città d’acqua sedimentano in lui diverse suggestioni. «Un’opera in particolare, “Natura morta”, fatta di armi, è stata concepita a Venezia dopo che ho visto le Canestre di frutta di Canova».

Unico artista al mondo ad aver inviato una scultura nello spazio (la sua piccola opera “The First Baby” di 200 grammi, che raffigura il feto di un bambino, nel 2019 è approdata nella Stazione Spaziale Internazionale grazie all’astronauta capo della missione Luca Parmitano), quello che è emerso di Jago durante la conferenza è che è anche un grande imprenditore che ha saputo trasformare ciò che gli riesce meglio in un brand. Nel 2023 apre Jago Museum nella chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel Rione Sanità a Napoli, in precedenza suo laboratorio, dove dà lavoro a tante persone: «Jago Museum è il tentativo di proteggere un’idea di bellezza. - spiega - È un format espositivo che volendo può vivere ovunque. Non esiste il sistema dell’arte ma i sistemi dell’arte e questo dà la possibilità di nuovi scenari e di grandi collaborazioni». Infatti quest’anno ha portato il format anche negli spazi storici di Villa Lysis a Capri.
Sua l’dea della comproprietà delle opere: «Ogni mia opera è una società al 50%. Io ho investitori da tutto il mondo che sono comproprietari di alcune opere che poi vengono posizionate nel mio museo» chiarisce, dicendo che questo gli permette di essere manager di se stesso ed essere sostenibile, perché tutto quello che guadagna dalle quotazioni milionarie delle sue opere lo reinveste nella sua azienda. «I ragazzi che lavorano per me nella comunicazione del museo da 13 oggi sono diventati quasi 60».
Jago Museum quest’anno ha avuto 150 mila visitatori, tra cui anche tante scuole, e per tutti c’è la possibilità di assistere alla visita guidata delle sue opere.
Nonostante le sue opere trasmettano significati importanti, Jago come artista non sente la responsabilità di far passare certi messaggi alla contemporaneità, la sua infatti è un’arte che risponde ad un imperativo di libertà assoluta. E non sente neanche il bisogno di spiegare le sue opere: «Se dovessi imporre con le parole i miei significati e la mia interiorità sarebbe un tradimento totale. Questo non significa che non ci sia concetto, ma lo tengo per me».
Più volte lo scultore ha visto le sue opere pubbliche venire vandalizzate, tra le ultime nel 2022 “Flagella Paratus Sum” esposta in centro a Roma fu distrutta. Così come la scultura “Look Down”, ora a Roma nel cortile della Camera dei deputati a Montecitorio, fu oggetto di vari atti vandalici. «Nel 2020 quando la posizionammo a Napoli in Piazza del Plebiscito un barboncino subito ci fece la pipì sopra. - ricorda lo scultore - Quella per me fu una grande lezione. Se metti un’opera in una piazza te lo devi aspettare, non me la prendo sul personale». Così, quando dei ragazzi pochi giorni dopo la vandalizzarono, la sua reazione fu quella di invitarli in studio per conoscerli: «Avevano fatto un gesto con un video di cui neanche si erano resi conto, e in tv vennero strumentalizzati. Io mi sono molto riconosciuto in loro. Da ragazzo ho fatto di peggio, ho dato fuoco ad una palma ad Anagni il giorno prima della comunione. - e racconta - Quando vennero in studio fu un momento bellissimo. Diedi loro martello e scalpello e gli feci provare cosa vuol dire scolpire. Si resero conto di quanto è difficile e complicato stare in ginocchio tutto il giorno per anni e capirono quanto è facile invece distruggere. Compresero così la differenza tra il gesto creativo che si attua rompendo e il gesto di rottura fine a se stesso».
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