
L’invito è quello di prendere parte alla Messa della domenica in carcere e, al termine della celebrazione, di fermarsi per un caffè e quattro chiacchiere insieme ai detenuti. A rivolgerlo a piccoli gruppi e realtà parrocchiali locali è don Massimo Cadamuro, cappellano della Casa circondariale di Santa Maria Maggiore a Venezia, che ormai da qualche mese ha preso in mano il testimone del compianto don Antonio Biancotto, nel tempo divenuto un vero e proprio punto di riferimento per i ristretti della città d’acqua. Qualche giorno fa la lampada in cui arde la “luce della speranza”, accesa a Roma per il Giubileo 2025, ha varcato le porte del carcere veneziano, accompagnata da una rappresentanza di cappellani del Triveneto, da alcuni volontari del territorio e da mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, delegato dei vescovi del Triveneto per la Pastorale dei detenuti. «Bisogna lavorare sul versante delle proposte di lavoro, strettamente connesse al tema dell’abitazione. Un luogo in cui poter ripartire e ricostruirsi una vita con gradualità. Dopo tre o quattro anni trascorsi tra le mura del carcere – osserva don Cadamuro – ci si ritrova anche a dover ricreare quelle relazioni e quei rapporti che si sono interrotti». La questione del dopo-pena e degli spazi abitativi per chi si riappropria della sua libertà, per il cappellano sono questioni centrali, sulle quali la Caritas diocesana sta lavorando.



Nella Casa circondariale di Santa Maria Maggiore le difficoltà più evidenti riguardano il sovraffollamento. «Fino a qualche giorno fa i ristretti erano circa 260, a fronte di 154 posti disponibili. Vi transitano ogni anno circa 700 persone: un “mondo”. Quando si è in troppi, – prosegue il cappellano – tutto diventa più complicato, senza contare che questa problematica si coniuga con una carenza di personale, sia in termini di agenti della polizia penitenziaria che di operatori». Altro tasto dolente, la promiscuità: don Cadamuro si riferisce alla convivenza fra ristretti privi di problematiche collegate a tossicodipendenza o fattori psichiatrici e quelli che invece ne sono soggetti. «Ad un tossicodipendente o ad un paziente psichiatrico non può essere fatto fare lo stesso percorso di un detenuto che dipendenze non ne ha. Un mix che diventa esplosivo per tutti. Bisognerebbe che il governo portasse avanti i decreti attuativi della riforma e desse la possibilità di creare comunità di pena alternative, che sono già previste». In altre parole, far sì che un tossicodipendente sconti la propria pena in una comunità che nel contempo gli garantisca anche un percorso di cura. «La stessa cosa andrebbe fatta per un soggetto psichiatrico». Culture, stili di vita e Paesi di provenienza differenti fanno il resto, portando a situazioni spesso di non facile gestione. «Ci vuole un’opera di mediazione culturale, in modo da far convivere persone di provenienze diverse e che non conoscono la nostra lingua». Importante poi, per don Cadamuro, sarebbe che ci fosse, fra le mura del carcere, un’attenzione nei confronti di chi professa la religione islamica, alla luce di un 70% di detenuti musulmani extra comunitari.«Il ruolo dei volontari è fondamentale, decisivo. Non solo a livello di aiuti essenziali (come la distribuzione dei vestiti), ma anche umanamente parlando. Si approcciano ai ristretti in modo gratuito, contrariamente a chi all’interno della Casa circondariale lavora. E proprio questo aspetto della gratuità i detenuti lo percepiscono. Il fatto di sentirsi trattati come persone accende in loro la speranza. In carcere si recano anche degli insegnanti: è importante che, chi non lo conosce, impari l’italiano».
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