In aumento il social freezing.Ma è davvero emancipazione?

Il congelamento degli ovociti ha criticità etiche e non solo

Nel dibattito contemporaneo sulla natalità, una pratica biomedica si sta imponendo all’attenzione pubblica: l’autoconservazione degli ovociti per ragioni non mediche, comunemente nota come social freezing. La generazione di una nuova vita si sposta dalla coppia al laboratorio, riducendo la genitorialità a un percorso individualista. Va restituita la libertà di fare figli senza paura

Congelare gli ovociti, scelta dettata dalla vulnerabilità della donna contemporanea

Il simbolo del Gremio di Bioetica gruppo di bioeticisti ed esperti della Diocesi di Venezia

Nel dibattito contemporaneo sulla natalità, una pratica biomedica si sta imponendo all’attenzione pubblica: l’autoconservazione degli ovociti per ragioni non mediche, comunemente nota come social freezing. Non si tratta più di un fenomeno di nicchia. I dati più recenti diffusi dai principali centri di fertilità in Italia documentano una crescita verticale, con un incremento delle procedure stimato attorno al +50% in un solo anno. Questo boom si inserisce nel contesto drammatico di un profondo inverno demografico, in un Paese in cui l’indice di fecondità è scivolato a soli 1,18 figli per donna e l’età media al primo parto ha superato i 32 anni.

Cercando di analizzare le cause profonde di questa tendenza, scopriamo che la scelta di congelare le proprie uova, non nasce da un capriccio egoistico o da una moda edonistica (anche se lo può diventare), bensì da una condizione di oggettiva vulnerabilità e solitudine della donna contemporanea. In un panorama segnato da precarietà lavorativa, assenza di politiche sistemiche di conciliazione famiglia-lavoro e difficoltà strutturali nel costruire relazioni di coppia stabili e durature, la tecnica si presenta come un’ancora di salvataggio alla quale potersi aggrappare senza dover vivere con ansia il passare degli anni più fertili durante i quali può risultare impossibile pensare ad una gravidanza. Tuttavia, proprio qui si annida la prima grande ambiguità. La biomedicina offre una promessa straordinaria: “fermare il tempo” biologico per posticipare la maternità a stagioni della vita più serene. Ma i registri scientifici internazionali ristabiliscono la realtà dei numeri di fronte all’illusione dell’onnipotenza tecnologica. Il tasso di successo della procedura (espresso come reale nascita di un bambino) cala drasticamente con l’età in cui avviene il prelievo: crolla infatti al 15-20% superati i 38-40 anni. La tecnica richiede inoltre il congelamento di grandi quantità di ovociti (almeno 10-20 per donna) per sperare in un esito positivo futuro, uova che spesso rimarranno in laboratorio inutilizzate, o vendute ai centri di fecondazione in vitro dove è praticata “l’ovodonazione”, verificandosi così una mercificazione del corpo: il tempo della fertilità e il concepimento naturale vengono piegati alle logiche commerciali della pianificazione e del consumo calcolato.

Ma è davvero un benefit aziendale?

Sotto il profilo strettamente etico possiamo individuare tre grandi criticità in questa tendenza. La prima risiede nella scissione tra la dimensione unitiva e quella procreativa dell’atto sessuale umano. La generazione di una nuova vita, nella visione personalista, deve scaturire dall’incontro d’amore interpersonale dei genitori, un atto relazionale che si fa carne.

La crioconservazione sposta invece la procreazione in un laboratorio, frammentando la continuità della donazione reciproca della coppia e introducendo una logica “produttiva” laddove dovrebbe regnare la logica del dono. In secondo luogo, emerge l’ambiguità del cosiddetto “welfare aziendale”.

Il fatto che grandi multinazionali offrano il social freezing come benefit per le proprie dipendenti, lungi dal rappresentare una forma di autentica emancipazione femminile, maschera una logica profondamente utilitaristica. Si spinge la donna a subordinare i propri ritmi biologici ed esistenziali alle esigenze della produttività aziendale, alterando il valore della persona in funzione del profitto economico. Infine, l’autoconservazione evidenzia il paradosso di una solitudine radicale. Il prefisso “auto” svela la crisi dell’alleanza tra uomo e donna, riducendo la genitorialità a un percorso marcatamente individualista.

La risposta all’inverno demografico non abita nella fredda custodia di una provetta, la speranza del futuro non si conserva sotto zero ma si rigenera scommettendo su un tessuto sociale caldo, dove il lavoro stabile, la prossimità e la solidarietà familiare e sociale permettano alla vita di fiorire nel suo tempo naturale. La vera alternativa all’illusione tecnologica non è preservare il domani in vitro, ma fecondare il presente di fiducia, restituendo alle nuove generazioni la libertà di generare senza la paura del tempo.

Elena Ramilli, Gremio di Bioetica

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