
C’è una corrente di pensiero che guarda con grande sospetto e diffidenza il dilagare del termine “terapia”. Oggi questa parola viene associata come suffisso a qualsiasi attività vagamente riabilitativa, di svago o persino di diletto. E dunque ci sono la cromoterapia, la saunoterapia, l’aromaterapia, l’ippoterapia, la Pet-therapy (in italiano la terapia in compagnia degli animali non rende allo stesso modo)… Come se qualsiasi attività che “facesse bene” per forza dovesse sanare un disturbo, un disagio o peggio ancora una malattia.
Purtroppo questa deriva culturale non è arrestabile e a fronte di molti interventi psicologici importanti e necessari, a volte, anche da specialisti, ci troviamo ad affrontare contributi scientifici creativi che sembrano più orientati a legittimare e giustificare la presenza dell’esperto più che a dare un reale contributo al malcapitato paziente.

Spesso ci imbattiamo o leggiamo riflessioni che profumano tanto di psicofuffa… Comunque tant’è! Se questa è la musica non ci resta che ballare e quindi oggi parleremo di una situazione sanitaria di primaria importanza.
Una sindrome piuttosto complessa, di cui sono venuto a conoscenza ormai da qualche tempo, è “la post-vacation blues o post-holidays blues” - in italiano: malinconia post vacanza - che, ovviamente nomenclata all’anglosassone, assurge a importante condizione di disagio psicologico con tanto di corollario di sintomi e relativi consigli per riabilitarsi.
Tale invalidante sindrome colpirebbe le persone al rientro dalle vacanze quando, a riaffrontare lo stress della vita quotidiana, presenterebbero ansia, depressione e agitazione addirittura peggiori di quelli per cui le ferie erano state programmate. Per questo stimati specialisti intervengono sulla stampa o sui social proponendo attività riabilitative specifiche: rilassamento, problem solving, meditazione e chi più ne ha più ne metta.
Credo che a chiunque di noi, dopo un sereno periodo di assenza per ferie e di rilassamento, al pensiero di rientrare nel delirio della vita quotidiana, intensa, stressante, competitiva, tipica della nostra società Fordista, qualche dubbio verrebbe di rimanere nascosto sotto un ombrellone o un abete e non farsi trovare più. Ma ciò che noi, poveri sprovveduti, pensavamo normale, ora sappiamo che invece è potenzialmente una malattia.

Questo potrebbe anche essere comprensibile, se non empaticamente ovvio, per quelle tantissime persone che si sono trasferite per un paio di mesi in qualche atollo dell’Oceano Indiano e che al rientro, assaporando la benefica e profumata aria della nostra laguna, magari vicino a Marghera, si sentissero attanagliate da crisi d’ansia, fino al panico, o peggio dovessero ricorrere a specialisti e copiose prescrizioni di antidepressivi, manifestando una prostrazione praticamente incurabile.
Qualche dubbio, invece, mi sorge quando mi guardo intorno e vedo i miei pazienti che di settimane di vacanza ne fanno sì e no una, dove magari piove e in posti dove pure l’aria viene venduta a peso d’oro. O che, dopo giorni di preparativi partono con bambini, cani, pesci e biciclette e si azzuffano all’alba per arrivare ad accaparrarsi l’ultimo ombrellone in mezzo alla calca.
Oppure quelle allegre famigliole desiderose di cultura che, nonostante le prenotazioni on line, si sono fatte un’ora di coda in qualche piazza per qualche museo in qualsiasi città d’arte, senz’acqua e sotto il sole rovente, con dei meravigliosi bambini che, militarmente disciplinati, hanno aspettato azzuffandosi di entrare a vedere qualche opera di cui alla materna sicuramente hanno fatto una ricerca fondamentale per la loro crescita. O, infine, quei turisti dimenticati in qualche aeroporto di qualsiasi angolo del mondo, desiderosi solo di tornare allo smog di casa disposti anche a pagare il triplo del prezzo del biglietto.
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