Analitica 2026: in 400 per la ricerca chimica a Venezia

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Circa 400 studiose e studiosi si sono ritrovati negli spazi del Campus Scientifico di Ca’ Foscari in via Torino a Mestre per la 32esima edizione di “Analitica 2026”, il Congresso Nazionale della Divisione di Chimica Analitica della Società Chimica Italiana. L’evento, che si è svolto dal 6 al 10 settembre, ha permesso di affrontare lo stato dell’arte delle analisi per l’ambiente e la salute, con esperti arrivati da tutta Italia, per affrontare temi quali le più sofisticate e innovative tecniche di laboratorio, nuovi dispositivi portatili e miniaturizzati per svolgere analisi sul campo e sviluppi nei metodi di indagine, come ad esempio quelle messe in campo per i controlli anti-doping a Jannik Sinner.

L’organizzazione è stata coordinata dai due dipartimenti cafoscarini di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica e Scienze Molecolari e Nanosistemi. «E’ la prima volta in assoluto che il congresso fa tappa a Venezia – racconta la professoressa di Ca’ Foscari Chiara Zanardi, ordinaria di chimica analitica – con 396 partecipanti, allo stesso livello degli anni precedenti in cui il PNRR permetteva di finanziare la partecipazione, due plenarie con docenti caratura internazionale, 178 relazioni e 141 poster di ricerche presentati, abbiamo avuto conferma di essere una comunità molto viva e attiva nel cercare nuove soluzioni per salute, ambiente e sicurezza alimentare».

Venezia, Jasmine Trinca incontra le detenute della Giudecca

Sorrisi spontanei, confidenze sincere, domande reciproche e sguardi che si sono incrociati per oltre un’ora e mezza sono stati il cuore di un incontro pensato per utilizzare l’arte, il teatro e il cinema come validi strumenti per affrontare le tematiche connesse al mondo del carcere. Jasmine Trinca la protagonista di un pomeriggio andato in scena martedì, trascorso insieme ad un gruppo di ristrette della Casa di reclusione della Giudecca in concomitanza con la Mostra del Cinema e nell’ambito del progetto “Passi sospesi” di Balamòs Teatro, coordinato da Michalis Traitsis. Ma la vera protagonista, in realtà, è stata la volontà dell’attrice – presente al Festival con il film “L’estranea” di Paolo Strippoli e “Succederà questa notte” diretto da Nanni Moretti – di mettersi in ascolto dei tanti volti e storie che aveva davanti, senza mai sovrastare parole, curiosità e riflessioni che le detenute le hanno rivolto a turno in un’atmosfera amichevole, fatta di una semplicità reale che le ha spinte a condividere anche i tormenti interiori più profondi, legati soprattutto ai figli piccoli distanti, tenuti lontani dal carcere evitando l’Icam, per proteggerli dagli errori commessi.

Figli in cielo, un libro: «Dove sei, Dio, in ciò che mi è accaduto?»

«La morte di un figlio non si supera. S’impara a vivere diversamente con la sua assenza e, davanti a certe sofferenze, il compito del prete non è spiegare Dio, ma aiutare la persona a non sentirsi da Lui abbandonata». È una raccolta delle riflessioni condivise ogni primo sabato del mese con i genitori che stanno attraversando il dramma della scomparsa di un figlio, il nuovo libro di don Roberto Donadoni dal titolo “Dentro la ferita. Vivere dopo la perdita di un figlio” (Marcianum Press, 2026, 192 pagine) in uscita venerdì 4 settembre. Una pubblicazione volta a raccontare e accompagnare in una delle esperienze più difficili della vita, dal parroco del Santissimo Salvatore e Santo Stefano, originario di Bergamo, toccata con mano attraverso le tante storie e testimonianze incrociate nell’arco dei quasi dieci anni trascorsi alla guida del gruppo “Genitori con un figlio in cielo”. Il volume di don Roberto è nato dall’incontro e dal cammino condiviso con madri e padri segnati da tragedie diverse – dagli incidenti stradali alle malattie, fino ai gesti più estremi come i suicidi – raccogliendo meditazioni e percorsi maturati nel tempo e offrendo uno sguardo umano sul dolore e sulla possibilità di non restarne schiacciati.

Il figlio che vorrei e quello che ho: storia di un papà

Tutto inizia nel modo più intimo, la prima scena è ambientata in bagno: Dario (Riccardo Scamarcio) sta lavando nella vasca suo figlio Enrico (Andrea Aggio), affetto da una grave disabilità, mentre sua moglie si siede sul water per fare la pipì.

Basta una manciata di secondi per far calare lo spettatore all’interno di quella stanza, di quella difficile e quotidiana storia famigliare.

È con questa immagine, intima e potente, che si apre il film italiano “I figli della scimmia”, opera prima del promettente regista Tommaso Landucci, che è anche sceneggiatore assieme a Damiano Femfert, presentato in gara nella sezione “Orizzonti” alla 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che alla prima ha ricevuto lunghi applausi con tanto di standing ovation. Il film scorre lento, accompagnando i protagonisti nelle loro giornate, in cui non avvengono eventi straordinari ma viene messa in scena la quotidianità nuda e cruda di una famiglia, tanto che pare di trovarcisi dentro per quanto la pellicola sia stata girata con grande realismo, nel mostrare giorno dopo giorno i tabù e le fatiche che ciascun personaggio si porta appresso.

Della vita di Dario e di sua moglie si percepisce tutto il peso che sopportano. Il film infatti con profondità mette al centro la disabilità, quella situazione che nella vita tutti vorrebbero evitare, mostrando cosa essa comporti per chi deve farci i conti ogni giorno, imparando ad interpretare i lamenti del figlio, affrontando la sua condizione di salute precaria e adattandosi ogni volta alle sue esigenze: dalle crisi respiratorie fino all’inserimento della PEG, unica via per alimentarlo in quanto la scorretta deglutizione causa continuo reflusso e problemi polmonari.

Premio Bresson a Pedro Costa per il suo cinema, arte di leggere la realtà

Un cinema che non cerca scorciatoie, che guarda agli ultimi senza trasformarli in simboli consolatori e che attraverso immagini e suoni prova a interrogare il mistero dell’esistenza. Per questo il Premio Robert Bresson è stato assegnato quest’anno a Pedro Costa, uno dei più radicali e personali registi del cinema contemporaneo. La cerimonia della XXVII edizione del Premio, che si è tenuta lo scorso 5 settembre nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha riunito intorno al regista portoghese rappresentanti del mondo del cinema, della cultura e della Chiesa. Promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo, con il parere favorevole dei Dicasteri della Santa Sede per la Cultura e l’Educazione e per la Comunicazione, il Premio Robert Bresson è stato istituito nel 1999 e viene assegnato ogni anno a un regista che abbia offerto “una testimonianza, significativa per sincerità e intensità, del difficile cammino alla ricerca del significato spirituale della nostra vita”. Un riconoscimento che si distingue inoltre per essere l’unico premio cinematografico al mondo attribuito dalla Santa Sede.

Mostra del Cinema, al lavoro 400 giovani

Dietro le proiezioni, le code, gli ingressi e l’accoglienza della Mostra del Cinema c’è una macchina organizzativa che, per una decina di giorni, mobilita centinaia di lavoratori. Molti sono giovanissimi, spesso studenti, per i quali l’appuntamento con il Lido rappresenta un lavoro estivo, un’occasione per guadagnare ma anche per fare un’esperienza da inserire nel curriculum.

A fornire questo personale alla Biennale è CoopCulture, cooperativa con 2.500 dipendenti in tutta Italia, che opera nel settore dei servizi per i beni culturali e gli eventi nei settori dell’accoglienza, biglietteria, controllo degli accessi, servizi di sala e assistenza al pubblico.

Bus a idrogeno: a Mestre completata la flotta, in strada a fine anno

Il gruppo Avm/Actv ha completato l’acquisto della nuova flotta di bus ad idrogeno, che a partire dalla fine dell’anno saranno pienamente operativi, nel segno di una mobilità più sostenibile e silenziosa.

Il Procuratore Generale Mauro Luigi Valenti, in sostanza il direttore generale dell’azienda Avm/Actv ne spiega i dettagli.

La fornitura è stata pienamente completata?

Per i 90 bus Pnrr sì, entro i termini, e cioè 30 giugno 2026; avevamo tuttavia acquistato e messo in esercizio altri 4 bus a idrogeno precedentemente, che sono entrati in servizio nel 2023.

Sono tutti operativi? Su quali tratte?

Al momento sono operativi alcuni autobus a rotazione sulla rete urbana. L’intera flotta sarà operativa a fine anno quando sarà disponibile l’impianto Eni di Marghera – Eni ci ha comunicato che consegnerà il nuovo impianto per la fine del prossimo autunno – e verranno impiegati tendenzialmente su tutte le linee urbane di Mestre.

I test sugli autobus come stanno andando? Sono finiti?

Non sono terminati. Questi mesi di pre-esercizio servono proprio a verificare puntualmente sui mezzi in circolazione a rotazione eventuali anomalie o guasti ricorrenti, che sono caratteristici di tutti i mezzi che montano a bordo tecnologia innovativa. Nello specifico, per gli autobus a idrogeno sono tenute sotto controllo la taratura delle celle combustibili, la registrazione delle valvole, il sistema di distribuzione idrogeno, le modifiche software di controllo… Sono tutte attività monitorate e controllate con il costruttore, che di volta in volta attua i necessari interventi correttivi o aggiornamenti software.

All’annuncio dei bus di parlava di un’autonomia di 400 chilometri: è confermata?

Tendenzialmente sì, anche se, naturalmente, varia in base allo stile di guida, ambiente e temperatura esterni (utilizzo di impianto di riscaldamento e climatizzazione). Inoltre, bisognerà valutare nel futuro anche possibili degradi di prestazione delle celle a combustibile.

Quanto dura un rifornimento?

L’attuale distributore di via Orlanda, che non ha un impianto di “pre-raffreddamento” del gas, richiede circa 40/45 minuti. Per il nuovo impianto in costruzione da parte di ENI a Marghera sono stimati tra i 10 ed i 13 minuti per bus da 12 e 18 metri.

Un punto forte ed uno debole dei bus ad idrogeno?

Da un lato, un bus ad idrogeno è sostanzialmente un bus elettrico nel quale, al posto del pacco batterie, sono presenti bombole di stoccaggio e cella a combustibile, per cui è privo di diversi componenti meccanici tipici della trazione termica, quali il motore endotermico, il cambio di velocità, organi di trasmissione e parte dei sistemi ausiliari associati: si tratta, di fatto, di un’importante riduzione delle parti soggette a usura e una minore complessità meccanica complessiva.  Dall’altro lato, il veicolo presenta elementi tecnologici più avanzati e di nuova concezione, quali il sistema a celle a combustibile (fuel cell), l’elettronica di potenza ed il sistema di distribuzione dell’idrogeno che richiedono competenze nuove, altamente specialistiche e un percorso di formazione dedicato per il personale di manutenzione; la tipologia di impianti richiede inoltre adeguamenti, concordati con i Vigili del Fuoco, anche nelle officine. In sintesi, il bus a idrogeno è meccanicamente più semplice ma tecnologicamente più complesso.

Un confronto a tre con un bus elettrico ed uno a motore termico?

Attualmente, un autobus a idrogeno risulta più costoso in termini di costi di esercizio rispetto sia a uno con motore termico che a uno elettrico, per via dell’attuale scarsità di prodotto, che non ha ancora la diffusione industriale e commerciale degli altri. Tutte le previsioni di mercato, man mano che si amplieranno i casi d’uso dell’idrogeno, danno il prezzo del prodotto in netto decremento. Come impatti a livello ambientale i mezzi elettrici e idrogeno sono a emissioni 0.

Quale investimento ha comportato e come sono state coperte le spese?

Complessivamente, circa 60,3 milioni di euro, per la gran parte finanziati dai fondi Pnrr per la fornitura dei 90 bus e in minor misura per i 4 bus entrati in servizio nel 2023 finanziati in parte con fondi europei.

A chi lamenta questioni di sicurezza, cosa rispondete? Chi ha in carico la sicurezza della flotta che navigherà per la terraferma?

La sicurezza della flotta in servizio è in capo ad Actv, in qualità di gestore, così come l’attività manutentiva che sarà svolta sia nell’officina di via Martiri della Libertà che nella nuova sede presso il distributore e deposito Eni di Marghera. Proprio in relazione al carattere “innovativo” dei sistemi ad idrogeno abbiamo scelto di svolgere all’interno solo le attività di manutenzione ‘tradizionali’ sui mezzi, mentre gli aspetti legati a bombole di stoccaggio, sistemi ad alta tensione e di alimentazione idrogeno e celle combustibile saranno affidati a ditte esterne. In questi mesi, in ogni caso, è stata costante l’interlocuzione con tutti gli enti preposti alla sicurezza, in particolare con il corpo dei Vigili del Fuoco.

Venezia, l’ultimo alimentarista di Castello

Spopolamento e supermercati rimodellano via Garibaldi. Dove c’erano 25 negozi di vicinato 30 anni fa, ora rimane un solo alimentarista: un negozio storico, aperto tra il 1988 e il 1989 e ancora gestito da Gabriele Bianchi.
«Negli anni – commenta Bianchi – la clientela è cambiata. All’inizio i miei clienti erano quasi tutti residenti della zona limitrofa. Oggi, sia perché i residenti sono diminuiti sia perché molti scelgono di fare la spesa al supermercato, entrano nel negozio anche residenti di altre zone, per esempio dal Lido di Venezia, e anche molti turisti».
Il cambio di clientela, tuttavia, non ha influenzato l’offerta dell’alimentarista: «Chi viene nei negozi come il mio – spiega Bianchi – cerca la qualità e io riservo lo stesso trattamento ai locali tanto quanto ai turisti o agli stranieri che risiedono in città. Per esempio c’è una signora svizzera che da 20 anni viene in vacanza a Venezia e ogni anno passa per il mio negozio oppure un signore di origine francese che abita da tempo alla Giudecca e che ogni settimana viene a far la spesa da me perché ritiene di non trovare la stessa qualità in altri negozi più vicini a casa. La fiducia da parte dei clienti è una soddisfazione per il servizio che offro». La qualità dell’offerta di Bianchi è certificata anche dai numerosi attestati di Slow Food Italia che l’alimentarista ha ricevuto negli anni.

Casa Mons. Vianello, lavori al via. Altri 12 posti per i detenuti

Sono ufficialmente partiti i lavori destinati a rendere nuovamente utilizzabili gli spazi di Casa Mons. Vianello a Campalto, pensati per accogliere i detenuti della Casa circondariale di Santa Maria Maggiore a fine pena, pena alternativa o che hanno ottenuto dei permessi premio. L’intervento è stato avviato martedì e il termine – salvo imprevisti – è fissato per Natale 2026. Se tenuto conto che i posti letto a disposizione per i ristretti potranno essere, nella nuova struttura, 12 in tutto, contando quelli già attivi nelle altre strutture tra centro storico lagunare e terraferma si arriverà ad averne complessivamente una trentina, destinati a uomini e donne della casa di reclusione femminile della Giudecca. «Il Patriarca Francesco – commenta Franco Sensini, direttore della Caritas veneziana – si è speso molto affinché i reclusi abbiano la possibilità di essere accolti in luoghi accoglienti, togliendoli dal contesto delle carceri».

Malinconia post vacanze: ma esiste davvero?

C’è una corrente di pensiero che guarda con grande sospetto e diffidenza il dilagare del termine “terapia”. Oggi questa parola viene associata come suffisso a qualsiasi attività vagamente riabilitativa, di svago o persino di diletto. E dunque ci sono la cromoterapia, la saunoterapia, l’aromaterapia, l’ippoterapia, la Pet-therapy (in italiano la terapia in compagnia degli animali non rende allo stesso modo)… Come se qualsiasi attività che “facesse bene” per forza dovesse sanare un disturbo, un disagio o peggio ancora una malattia.

Purtroppo questa deriva culturale non è arrestabile e a fronte di molti interventi psicologici importanti e necessari, a volte, anche da specialisti, ci troviamo ad affrontare contributi scientifici creativi che sembrano più orientati a legittimare e giustificare la presenza dell’esperto più che a dare un reale contributo al malcapitato paziente.