
«Gli alpinisti del futuro dovranno essere sempre più preparati a capire quando le cose si possono fare e quando no. La montagna non è più quella di una volta, bisogna sapersi adattare».
È chiaro e fermo nel pensare il futuro il giovane alpinista e guida François Cazzanelli che, tra i pochi ad aver avuto modo di poter parlare delle sue imprese nella prestigiosa cornice della Scuola Grande di San Rocco, giovedì 22 è intervenuto con il giornalista di Repubblica Guido Andruetto nella serata “Il mio alpinismo 2.0”, tenutasi in occasione dell’evento conclusivo per gli 80 anni della Giovane Montagna di Venezia, alla presenza del presidente della sezione Tita Piasentini, del presidente nazionale Stefano Vezzoso e dell’assessore comunale Sebastiano Costalonga.
Cazzanelli è nato ad Aosta nel 1990 ed è cresciuto a Cervinia, ai piedi del Cervino, dove ha poi intrapreso il mestiere di guida alpina, di cui è anche istruttore nazionale, che nella sua famiglia si tramanda da più di cinque generazioni, ed è anche tecnico specializzato del Soccorso Alpino Valdostano. Oltre 20 sono le grandi spedizioni internazionali a cui ha preso parte, vedendo la montagna cambiare di volta in volta. Alla luce del riscaldamento globale, Cazzanelli ha infatti spiegato come cambierà il modo di andare in montagna: «Con il grande caldo le difficoltà aumentano e bisogna scegliere bene gli itinerari. Alpinisti e guide del futuro poter affrontare e gestire i grandi rischi che il cambiamento climatico sta creando sulle montagne dovranno essere ancora più bravi a cambiare rotta e obiettivi e ad adattarsi a quello che la montagna offre – e continua – Sul Cervino quest’anno abbiamo interrotto due volte le salite. Fortunatamente ci sono alternative a quote più basse finché il freddo non torna». Ma per Cazzanelli la presa di coscienza è già iniziata: «Quest’estate nelle Alpi occidentali, a differenza degli altri anni, come Soccorso Alpino abbiamo fatto pochissimi interventi sulle grandi vette e su certi itinerari non siamo mai andati. Gli alpinisti professionisti penso abbiano capito la gravità del problema e si sono diretti verso itinerari più frequentabili e sicuri in queste condizioni».
Durante la serata Cazzanelli, ha portato lo sguardo degli oltre 200 presenti verso l’alto, ma questa volta non per ammirare i capolavori di Tintoretto. Il suo infatti non è un alpinismo che non parla solo di gradi e dislivelli: «Per me ciò che conta davvero sono le storie» dice.
Nel mostrare le pareti verticali affrontate ha raccontato la sua impresa più memorabile, sognata per ben dieci anni: la conquista delle vetta inviolata del Kimshung a 6781 m., nella catena dell’Himalaya tra Nepal e Tibet.
Era il 24 aprile 2015 quando, mentre era in volo con il collega Gianpaolo Corona, il Nepal fu devastato dal grande sisma che causò migliaia di morti: «Arrivammo in una Katmandu devastata. Subito fummo precettati dall’ambasciata italiana per prestare soccorsi nel Langtang, una valle fuori dalle rotte commerciali dove dovevamo recarci per la spedizione, che fu la zona più colpita dal terremoto» racconta, dicendo che si ripromisero di tornare l’anno successivo, non solo per compiere l’impresa ma per aiutare a far ripartire la valle. Cazzanelli infatti, insieme ad altri colleghi, dopo il terremoto ha dato vita al progetto Sanonani, che gestisce un orfanotrofio nella periferia di Katmandu.
Con Corona tornò nell’autunno 2016 ma si arrestarono a circa 200 metri dalla vetta per il troppo vento: «All’epoca pensavamo di aver fatto qualcosa di incredibile, di avere la montagna in tasca. Non avevamo capito niente, eravamo distanti anni luce dal nostro obiettivo».
Sull’onda dell’entusiasmo prolungarono il soggiorno e poco dopo ritentarono la scalata. In piena parete però una scarica di pietre colpì il braccio destro di François, che venne operato d’urgenza a Katmandu: «Sono vivo grazie a Gianpaolo che mi ha aiutato a scendere 18 calate, per fortuna avevamo già gli ancoraggi dal tentativo precedente».
Un rischio che però gli ha dato una grande lezione: «In quel momento vedevamo solo la meta. Non ci eravamo accorti che la montagna era cambiata per via del forte vento che aveva seccato neve e ghiaccio».
Di quella vetta Cazzanelli non ne volle più sapere, fino a quando, nel 2022, Corona non gli chiese di ritentare l’impresa una volta concluse le loro rispettive spedizioni: Cazzanelli partì infatti alla volta del K2 e Corona per l’Annapurna, dove però ebbe un incidente che non gli permise più di scalare, tanto che chiese a François di portare a casa il progetto himalayano anche per lui.
Così François iniziò a chiedere ai compagni di tante cordate di accompagnarlo: nel 2024 per la spedizione partirono in otto, tra cui l’amico Giuseppe Vidoni: «Il primo tentativo venne interrotto dal maltempo e il secondo dall’SOS di una cordata vicina che ci siamo subito apprestati ad aiutare» ricorda la guida valdostana.

Tornato in Italia, decise di non abbandonare il progetto, allenandosi nelle montagne di casa. Con Vidoni aprì una via sulla parete est nella cresta del Peuterey sul Monte Bianco: «È una montagna poco conosciuta dagli alpinisti, la fanno solo i collezionisti. Io e Giuseppe abbiamo voluto farla veloci in giornata perché volevamo scalare con lo stesso obiettivo che avevamo in Himalaya. Raggiunta la vetta capimmo che potevamo realizzare il sogno di scalare il Kimshung».
Cazzanelli poi, che di solito ama condividere la montagna, nel preparare la spedizione al Kimshung a metà luglio del 2025 decise di compiere in solitaria un giro che concatenava tutte le creste esposte a sud sul massiccio del Monte Rosa: «Ho compiuto più di 30 km con 6 mila metri di dislivello, quasi tutti oltre i 4 mila metri. Quello che mi interessava era testarmi, questo tipo di sforzo poteva servirmi per l’Himalaya. - e aggiunge - Il mio obiettivo era farlo in 12 ore e ce ne ho messe 11».

E così, esattamente un anno fa Cazzanelli torna alla volta del Kimshung: «Partiti dalle grandi foreste rigogliose abbiamo raggiunto il campo base e per un mese abbiamo preso confidenza con la montagna, attendendo che i tempi fossero maturi per provare a scalare la cima che inseguivo da 10 anni. - racconta Cazzanelli - Abbiamo battuto traccia su ghiacciai immacolati e cercato la nostra via attraverso un labirinto di crepacci. Raggiunto il punto più alto toccato nel 2024 capimmo che non eravamo mai stati così vicini al grande sogno. Entrati nella parte superiore della montagna, sul pendio finale lungo 200 metri che avrebbe portato alla vetta, le montagne vicino a noi diventavano più piccole e la verticalità iniziava a schiacciarci. - e continua - Arrivati in cima al Kimshung il regalo più bello però non è stata la conquista della vetta ma la possibilità di condividerla con gli amici». La nuova via, aperta insieme a Vidoni e a due alpinisti francesi, Lukas Waldner e Benjamin Zörer, incontrati lugo il cammino, l’hanno chiamata “Destiny”, in onore di tutte le storie che in 10 anni si sono intrecciate inseguendo la vetta, e la loro impresa è raccontata nel film “La montagna del destino” realizzato dal regista e videomaker Damiano Levati.
«È la salita che ad oggi più mi ha toccato e impegnato in tutta la mia vita. Ancora una volta la montagna ci ha insegnato che per raggiungere un sogno quello che davvero conta è il percorso per arrivarci» continua Cazzanelli, dicendo che gli alpinisti hanno ancora tanta voglia di avventura e di misurarsi con l’inesplorato.

Proprio per questo, per prepararsi alla salita del Gasherbrum in Pakistan, ad aprile ha tracciato una nuova via anche sulla parete Nord Est del Breithorn Orientale, montagna vicina a casa sua.
Il Breithorn si sale regolarmente tutto l’anno, ma pochi sono gli alpinisti che si sono cimentati nella parete Nord, molto misteriosa, dove l’arrampicata mista fa da padrona: «L’arrampicata mista è il modo più leale e completo per affrontare la montagna. Nella stessa lunghezza di corda affronti tratti di ghiaccio, neve e roccia da scalare a mani nude nel freddo».
La via l’ha chiamata “Alla ricerca del drago”: «Reinhold Messner anni fa disse che “il drago è morto” e la fine dell’avventura avrebbe distrutto l’alpinismo su roccia. - spiega Cazzanelli - La via è un omaggio a questo drago che in realtà è in piena salute, c’è voglia di scoprire ancora tanto di quello che c’è sulle montagne».
La serata si è conclusa con la premiazione dei partecipanti alla spedizione in Marocco nella catena dell’Atlante, che ha condotto i soci della Giovane Montagna di Venezia in cima alla vetta più alta del Toubkal, a cui hanno partecipato diversi giovani: «Negli ultimi tempi la sezione si è rinnovata. - ha detto il presidente Tita Piasentini - Seppur il numero dei soci sia rimasto stabile, nell’ultimo anno una decina di nuovi ingressi tra i 25 e i 40 anni hanno garantito il naturale ricambio generazionale».
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