
Riapre le sue porte al pubblico, dopo sette anni di chiusura, il Museo ebraico di Venezia, con sede nel cuore del Ghetto più antico del mondo, istituito a Cannaregio nel 1516. Gli spazi sono stati rinnovati e ampliati, sono state eliminate le barriere architettoniche per garantire l’accesso alle persone con difficoltà motoria (a cominciare dall’installazione di due nuovi ascensori e dalla presenza di rampe e servoscala a scomparsa) e sono state restaurate le storiche sinagoghe: Tedesca (del 1528), Canton (1532) e Italiana (1575). Lunedì scorso la presentazione dei lavori, nell’ambito di un ambizioso progetto dal costo complessivo di 12 milioni di euro finanziati – e in questo senso fondamentale è stato il ruolo svolto da David Landau, storico d’arte e membro della Comunità ebraica veneziana – grazie ad una serie di donazioni private da parte di Save Venice, World Monuments Fund, Venice in Peril Fund, Venetian Heritage, Ronald Lauder, la famiglia Rothschild e la Jerome Levy Foundation. Accanto a loro ha contribuito alla realizzazione del progetto anche il Ministero della Cultura. Martedì, invece, l’inaugurazione alla presenza, tra gli altri, del rabbino capo Alberto Sermoneta, del Patriarca Francesco Moraglia e dell’imam della Coreis italiana Mansur Abd al-Hayy Baudo. «Questo Museo è un labirinto – ha esordito la direttrice, Marcella Ansaldi – e il restauro architettonico a cui è stato sottoposto ha permesso di renderlo più ordinato, affinché il visitatore si senta a suo agio. Se una persona vi entra piena di pregiudizi, per poi averne anche uno soltanto in meno all’uscita, per noi sarebbe già una vittoria». Fondato nel 1954, il Museo conserva oggetti rituali, opere di oreficeria, tessuti sacri, libri e manoscritti antichi, narrando secoli di vita religiosa, culturale e sociale. Una superficie passata da poco più di 1200 mq a oltre 1700, grazie all’integrazione di ambienti acquisiti proprio dalla Comunità ebraica. L’ingresso, dov’è stato posizionato un metal detector per motivi di sicurezza, è stato rinnovato; sono presenti poi spazi riservati a bookshop e caffetteria, nuove sale espositive permanenti e temporanee, una biblioteca e un archivio a disposizione di studiosi e ricercatori, oltre che aree destinate alla didattica e alle scuole.

Un nuovo percorso museale che non si limita alla dimensione religiosa, ma che racconta anche come si svolgeva la vita quotidiana nel Ghetto. Tra le altre, un’intera sezione è dedicata alla ricostruzione di una tipica abitazione ebraica: uno spazio angusto, limitato nella metratura e dal soffitto bassissimo, volto a far comprendere le condizioni abitative di un tempo. Installazioni multimediali e contenuti immersivi accompagnano il visitatore – anche i più piccoli – in una narrazione coinvolgente. È il caso, ad esempio, della stanza in cui i bimbi hanno la possibilità di tuffarsi nel racconto attraverso il gioco, con la storia di Noè in gondola e un teatrino di marionette. O della Sukkah della Scola Canton, allestita con arredi semplici e completata ogni anno per Sukkot con addobbi vegetali volti a ricreare il soffitto. Una capanna che ricorda la precarietà dell’umana esistenza, in questo caso utilizzata fino alla fine dell’Ottocento, che oggi vede al centro un tavolo interattivo dove selezionare le varie stagioni dell’anno per conoscerne le rispettive festività ebraiche. All’interno del Museo il viaggio prosegue seguendo tre prospettive: le istituzioni ebraiche e i rapporti dei loro rappresentanti con la Serenissima, la vita quotidiana e i mestieri consentiti, la ritualità e la costruzione delle tre sinagoghe rinascimentali, oggi anch’esse restituite al loro splendore. Ecco allora che oltre ad una mappa cronologica affidata ad un grande led, c’è uno spazio in cui vengono ricordati la diaspora – rappresentata da alcune valigie ammucchiate – e l’attività legata ai cosiddetti banchi di pegno. «Nonostante l’antisemitismo fosse molto forte in città, gli ebrei erano ritenuti essenziali, qui, per alcuni motivi – ha spiegato Landau –. Innanzitutto perché avevano accesso a grandi somme grazie alle amicizie e parentele con gli ebrei banchieri di tutta Europa. Venezia era costantemente in guerra e il doge chiedeva loro finanziamenti, minacciandoli di cacciarli dal Ghetto se i ducati necessari non li avessero trovati. E così è andata avanti fino al 1797. L’altra motivazione è legata alla relazione amichevole che gli ebrei avevano con gli Ottomani. Gli unici che potevano uscire dal Ghetto di sera, quando i portoni venivano chiusi, erano i medici: a fine Cinquecento ottennero la concessione di non dover più indossare un copricapo giallo».

Verso la fine dell’itinerario è presente una stanza cronologicamente più recente, che rimanda al momento dell’emancipazione, termine con il quale si intende l’ingresso degli ebrei nella società veneziana, dove sono collocate alcune donazioni da parte dei componenti della Comunità e oggetti appartenuti alla famiglia Ravà. Un capitolo a parte va riservato all’importante restauro conservativo delle tre sinagoghe. Per quanto riguarda la Scola Tedesca sono stati ripuliti i muri in falso marmo (gli ebrei non potevano infatti maneggiare materiali preziosi) e sistemate le parti strutturali, spostando al centro il pulpito. «Abbiamo recuperato il soffitto del primo Settecento, con tracce di quello precedente», ha spiegato Landau. Nella Canton – ridecorata nel Settecento, anche se la struttura è rimasta quella originaria – si è lavorato su superfici lignee, dorature, teli e pavimento. Qui è possibile notare l’immagine di una mano che impugna una spada, una rara eccezione decorativa nel panorama delle sinagoghe storiche, se considerato che la tradizione ebraica vieta la rappresentazione di persone. «Durante i lavori è stata individuata anche una scritta che attesta la data di realizzazione di questa sinagoga». Infine la Scola Italiana, con il suo legno tornato a splendere e il recupero della pavimentazione originale, che la leggenda narra sia abitata… da un fantasma. «Gli ebrei non potevano svolgere nulla di pratico, tanto che dovevano affidarsi agli artigiani locali. Ecco perché gli intagli sono simil a quelli delle chiese».

Iniziati a novembre 2020, i lavori complessivi sono stati eseguiti da un raggruppamento di imprese guidato da Lares, con Costruzioni e Restauri G. Salmstrari e Fiel sotto la sorveglianza della Soprintendenza. Il tutto in stretta sinergia con lo studio d’architettura “Ampl Pedron - La Tegola”. L’allestimento è stato affidato invece a Magni & Guicciardini di Firenze. A gestire il nuovo Museo sarà Opera Laboratori, impresa culturale italiana specializzata nella gestione, valorizzazione e conservazione del patrimonio artistico, storico e museale. Le visite saranno garantite dalle 10 alle 15.30; 18 euro il costo del biglietto intero, 14 quello ridotto, mentre i residenti a Venezia pagheranno 11 euro. Come sottolineato da Opera Laboratori saranno proposte, per chi lo vorrà, anche esperienze didattiche in gruppo, per famiglie e scuole. E nel Museo verranno via via organizzati pure eventi aperti al pubblico. Il neo progetto nasce dalla volontà di restituire unità e centralità a un complesso unico, con le sinagoghe in campo del Ghetto Novo integrate nel percorso senza perdere la loro identità di luoghi di culto. Tutte in dialogo fra loro, comprese le due presenti nel Ghetto Vecchio: la Levantina e la Spagnola. «L’obiettivo – le parole di Paolo Navarro Dina, vcepresidente della Comunità ebraica veneziana – dare la possibilità a tutti di conoscere la nostra storia e le nostre tradizioni, per avvicinarsi all’ebraismo nel suo complesso. Qualcosa di importante soprattutto in questo momento non facile per ciò che sta accadendo nel mondo».
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