
Chiuso, sovraffollato, malato. Sono i tre aggettivi che appaiono nel Rapporto Antigone (per fotografare il quadro del sistema carcerario italiano), che raccontano di una situazione particolarmente delicata all’interno degli istituti di pena del Paese, legata soprattutto all’annoso problema del sovraffollamento. La casa circondariale di Santa Maria Maggiore non fa eccezione, con numeri che vanno ben oltre quelli che la struttura detentiva veneziana potrebbe ospitare. «Questo per dire – riflette il cappellano del carcere maschile, don Massimo Cadamuro, riprendendo i termini espressi da Antigone e affrontando il tema delle temperature elevate dei giorni scorsi – che non possiamo parlare di “emergenza caldo”, poiché ormai ci troviamo dinanzi ad una situazione emergenziale cronica. Che può acuirsi in determinati momenti (come quando si avvicina l’estate), ma che di base rappresenta la norma». Con l’arrivo delle prime giornate afose dell’anno ecco allora che il quadro, già di per sé complesso da gestire, si fa ancora più complicato, con i reclusi che chiedono di avere dei ventilatori che permettano di refrigerare le celle, per quanto possibile. Perché più si è, più il caldo pesa. Da qui l’appello di don Cadamuro rivolto a quanti volessero offrire il proprio contributo: «In carcere è difficile far entrare oggetti dall’esterno. È più facile dare una mano attraverso un aiuto economico, che poi noi provvediamo a trasformare in prodotti di cui i detenuti hanno bisogno». Nel caso dei ventilatori, ad esempio, devono essere rispettate caratteristiche ben specifiche, «altrimenti il rischio è che i modelli non consentiti rimangano in portineria».

Venerdì 12 giugno sarà una giornata significativa per Santa Maria Maggiore: verranno ricordati i 100 anni dalla benedizione dei nuovi locali, impartita dall’allora Patriarca La Fontaine. Gli ultimi dettagli sono ancora da definire, ma di certo c’è che vi prenderanno parte, tra gli altri, i superiori del Dap e il Patriarca Francesco Moraglia. Su circa 160 posti disponibili, i reclusi attuali effettivi si aggirano attorno alle 260 unità. «Ecco perché non si può più parlare di emergenza, ma di situazione cronica. E, proprio perché tale, bisognerebbe procedere con un altro tipo di intervento». Che vada oltre l’impegno quotidiano profuso dal carcere veneziano, coinvolgendo «la politica, il governo». «Questo – rimarca il cappellano con riferimento al panorama nazionale in generale – è un carcere che si sta allontanando sempre di più dalle indicazioni contenute nella Costituzione, che non parla di pena. Bisogna dare seguito al dettato costituzionale, dunque pensare a pene alternative e a comunità di recupero per tossicodipendenti. Tra i problemi, infatti, c’è quello di un aumento significativo dell’uso di stupefacenti. L’età si sta abbassando, col risultato che abbiamo sempre più giovani coinvolti in reati legati proprio al mondo della droga. Un aspetto che in carcere genera non poche criticità, perché chi ha problemi di dipendenze vive una situazione del tutto diversa rispetto a chi è stato condannato per motivi finanziari. La cosa che più preoccupa è proprio questa: sempre di più, in carcere, si ha a che fare con persone con problemi di dipendenze e disturbi comportamentali». Per don Cadamuro, non a caso, ci sarebbe necessità di comunità psichiatriche pronte ad accoglierle che, insieme alle pene alternative, porterebbero ad un «abbassamento dei numeri dei ristretti, facendo diventare tutto un po’ più semplice». A Santa Maria Maggiore è presente una sola psichiatra «e anche gli educatori (4) sono troppo pochi per poter gestire i detenuti attuali». Tornando alla questione dei giovani reclusi, i cui numeri sono sempre più in crescita, don Cadamuro sottolinea come alla base ci sia una problematica sociale da non sottovalutare: «Mai come adesso gli adulti si occupano poco dei propri figli».

Altra questione urgente, quella dell’abitare. «Il problema abitativo è un’emergenza assoluta», sia in termini di fine pena, che di pena alternativa o di permessi premio. Da qui l’appello al neoeletto sindaco Simone Venturini, affinché il Comune metta a disposizione qualche appartamento, tra quelli pubblici al momento sfitti. «C’è bisogno di passi concreti in tal senso, perché si fa fatica a recuperare spazi in cui vivere» e ricominciare, voltando pagina. «Troppo spesso ci si dimentica che la maggior parte dei suicidi avviene nella fase finale della pena: quando si inizia a pensare al “dopo”. Dovrebbe essere lo Stato a occuparsi di queste persone. Sia dentro che fuori, garantendo loro delle abitazioni». Don Cadamuro si sofferma anche sulle novità: «Stiamo sempre più dando vita ad un soggetto ecclesiale che viene definito “cappellania”». Lo sottolinea delineandone i contorni nel dettaglio. «Mi riferisco ad un soggetto che agisce a nome e per conto della Chiesa. La cappellania è un gruppo di volontari (uomini, donne, religiosi e religiose) che si danno da fare, nell’ambito dell’istituto di pena veneziano e dei suoi detenuti, ecclesialmente. Andando oltre, dunque, la figura del singolo cappellano, che resta comunque una figura istituzionale. Ci abbiamo lavorato molto». Un impegno di squadra sinergico, insomma, mettendo in campo «un agire diverso. Anche ai direttori chiediamo che si rapportino con la cappellania e prendano coscienza della sua esistenza».
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