
Quanto è grande la mia fede? Questa è la domanda che si pone ogni spettatore dopo aver visto il film “Dio ride” di Giovanni Veronesi, presentato in prima mondiale sabato 12 come film di chiusura fuori concorso della 83. Mostra del Cinema di Venezia.
Protagonista è fra Leopoldo di Casamacchia, interpretato da un eccellente Pierfrancesco Favino, che riesce a dare voce, ma soprattutto corpo e anima, alla fede di un umile frate di metà Seicento.
Subito emergerà tutta la purezza di un uomo che parla di Dio come nessuno aveva fatto prima di lui. Mentre infatti la Chiesa predica ancora in latino, fra Leopoldo racconta il Vangelo con una gioia contagiosa portando a chi lo ascolta sollievo e speranza. Racconta il Vangelo con ilarità, mettendoci però dentro grande profondità. Con un umile carisma, scambiato a volte per testarda irriverenza, parla di un Dio vicino agli uomini, capace anche di ridere insieme a loro. Le persone più semplici, poveri diavoli che nella vita non hanno nulla se non ora la possibilità di sorridere, iniziano a seguirlo in massa. La chiesa del villaggio man mano si vuota e le persone fanno anche tre ore di cammino per raggiungere la grotta in cui fra Leopoldo si rifugia per sentire i suoi racconti su Gesù.

In un periodo difficile per la chiesa, presto quel clamore arriva fino a Roma e l’eco di quella voce ha un suono pericoloso per chi ormai governa attraverso la paura. Per verificare le accuse di eresia rivolte a fra Leopoldo il Papa decide di affidare il caso al cardinale Vincenzo Maculani, interpretato da Silvio Orlando, il più autorevole inquisitore del suo tempo.
Perentoria l’accusa: «Non si può ridere di Dio», come dirà il cardinale recatosi personalmente nella campagna Toscana per controllare la faccenda. Ma fra Leopoldo subito ribatterà con semplice fermezza: «Io non rido di Dio, io rido con Dio».
Il cardinale, non credendolo un pazzo e un eretico, gli offre la possibilità di firmare un mea culpa per chiudere la faccenda nel modo meno doloroso, cercando di risparmiargli le torture più tremende. Ma fra Leopoldo, che è un puro, rifiuta la possibilità datagli.
Per lui infatti la fede è qualcosa di concreto, fa parte di lui, e rinnegare Dio significherebbe rinnegare se stesso. Il film infatti mette in risalto come solo avendo fede in se stessi si può avere fede negli altri e in qualcosa di più grande. E avere fede in se stessi significa potersi permettere di essere onesti, veri e soprattutto liberi.

Fra Leopoldo spesso si sofferma a pensare quanto sia effettivamente grande la sua fede.
Centrale e commovente la scena nel film attorno al lago in cui racconta ai suoi seguaci di quando Gesù disse all’umile pescatore Pietro di camminare sull’acqua. «Solo uno c’era riuscito - dice, riferendosi al Figlio di Dio - Anche a Mosè avevano dovuto aprire le acque» continua, suscitando sorrisi nella folla che lo ascoltava, in cui erano presenti anche diversi bambini, a cui offriva una nuova visione sul rapporto tra Dio e l’uomo.
E continua a raccontare di quando Pietro, facendo i primi passi in acqua, non affonda, per poi cadere giù e sprofondare nell’acqua. Fu lì che Gesù disse a Pietro: «Finché hai avuto fede in me sei stato a galla». E commenta fra Leopoldo: «Povero Pietro. Ci vuole poco, ti giri un attimo e la fede dov’è?» riflette, dicendo che la fede è potente come una valanga e delicata come il fiocco di neve che la fa. E confessa: «Io mi scasso la “coccia” tutti i giorni. Mi chiedo quanta fede ho dentro. A me pare tanta, ma quanta ce ne vuole per camminare sull’acqua?». Poi si ferma, temporeggia un attimo, e si butta nel lago. Riemerge e ride, in un gesto che vale più di mille parole.
«Sono molto contento di aver avuto l’opportunità di interpretare fra Leopoldo, penso sia uno dei personaggi più belli che mi sia stato dato modo di recitare. - ha esordito Pierfrancesco Favino - Fra Leopoldo ha fiducia in ciò che ha scelto di essere e si rifiuta di agire per ciò che non è. Abituato ad ascoltare le sue emozioni, si muove più per quello che sente che per quello che pensa. - e continua - Apprezzo molto la coerenza di questo personaggio. Sarebbe scivoloso pensare che lo faccia per semplicità e basta». Poi riflette sull’oggi: «Nell’esprimerci viviamo in un momento di censura e autocensura preventiva perché abbiamo paura del giudizio degli altri. - ha continuato Favino - Dalla paura non viene nulla, mentre la risata è un mistero di cui ci domandiamo ancora le ragioni. Se ci mettiamo infatti a spiegare una battuta o una barzelletta questa non fa più ridere. - ha detto - Non abbiamo bisogno di ridere degli altri ma con gli altri».

Girando sotto la pioggia e nel fango, con gli autori Favino ha lavorato molto sul linguaggio e sulla ricostruzione storica: «Ho cercato di dare corpo e voce al guitto. Abbiamo inoltre cercato di costruire un’armonia generale: nel film parliamo di un periodo in cui non ci sono tracce tangibili, con gli autori abbiamo lavorato molto sul secolo. Io per fortuna poi ho una sorella professoressa di storia esperta del ‘600, ogni tanto la chiamavo e mi ha dato delle tracce». Significative le ambientazioni, accompagnate dalle musiche di Paolo Buonvino, in cui compaiono paesaggi poco conosciuti della Toscana: «Mi sono concentrato nel cercare di mostrare il sacro nella natura. Il viaggio di fra Leopoldo doveva essere guidato dalla natura, che doveva essere maestosa e straripante per far capire che c’era qualcuno che lo stava guidando» ha detto Veronesi. Nel ‘600 la Toscana era un territorio difficile in cui vivere: «Volevo dare l’aspetto della Toscana più povera. Nel film bisognava far percepire la povertà della gente».

Per fra Leopoldo arriveranno tempi di torture indicibili, fino all’ultimo processo a Roma, prima del martirio, in cui affermerà davanti ai cardinali che se la loro fede consisteva nel trattare l’uomo come carne da macello allora lui sì era colpevole, perché la sua fede era ben diversa dalla loro. Il cardinale infatti proverà più volte a salvare fra Leopoldo, cercando di fargli fare un passo indietro ma, a differenza sua che vive una vita di potere che non gli permette di essere sé stesso, sa che fra Leopoldo invece ha il coraggio di esprimere ciò che sente, e soprattutto di restare fedele a se stesso. «Il mio personaggio, realmente esistito, è un intellettuale molto sfaccettato e un uomo di grande ascolto, non un inquisitore. Conosceva filosofi e uomini del suo tempo come Galileo Galilei e quando si trova davanti a fra Leopoldo pensa di risolvere la questione in un pomeriggio, ma si trova di fronte ad un vero esempio di fede purissima, che lui ha perso. Questo scatena in lui una serie di contraddizioni» ha spiegato Orlando, che ormai si trova a suo agio nelle vesti del cardinale, avendo interpretato più ruoli. Definito “quasi mezzo Papa”, il cardinale infine, non riconoscendosi più, deciderà di non volere essere a capo di una chiesa che, perché debole, era diventata feroce. La pellicola fa sorridere ed emozionare perché tocca temi nascosti e porta a farsi quelle domande che oggi sembrano superate. Un film che non ci si aspetta da Giovanni Veronesi e che, rispetto ai film precedenti, ha dimostrato un cambio di passo. “Dio ride” è un progetto potente, pensato per il pubblico che oggi ha bisogno di essere spiazzato.
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