La sfida del tenore Zagni: «Portiamo la musica nei campi di Venezia, a portata di tutti»

Veneziano d’adozione, dopo l’esperienza con “Arena per tutti” a contatto con diverse disabilità, l’artista riflette sull’accessibilità della cultura nella città lagunare

Un’ora di musica per abbattere le distanze, incontrarsi attraverso il suono e scoprire che la disabilità non rappresenta un limite alla possibilità di vivere l’arte, ma può  diventare un diverso modo di entrarvi in relazione.

È l’esperienza che il tenore e attore in prosa Enrico Zagni, 48 anni, modenese di nascita ma veneziano d’adozione, ha vissuto quest’anno prendendo parte ad “Arena per tutti”, il progetto dell’Arena di Verona dedicato alle persone con diverse forme di disabilità. Da quella visiva e uditiva, fino al disturbo dello spettro autistico. Un’esperienza che, come racconta lo stesso Zagni, gli ha permesso di riscoprire il senso più autentico del fare musica, al di là della performance che il pubblico è solito giudicare al termine di un’esibizione. Respirazione, vibrazione, voce e contatto fisico diventano così strumenti per avvicinare artisti e spettatori, fino a creare una sorta di “bolla sonora” nella quale la distanza tra chi si esibisce e chi ascolta viene azzerata.

È proprio da quest’esperienza che nasce anche una riflessione che guarda a Venezia, città dove il tenore vive ormai da quindici anni: una realtà straordinaria, ma ancora difficile da attraversare e da vivere pienamente per molte persone con disabilità, a causa della sua naturale conformazione, e nella quale anche l’accesso alla cultura, a volte, può incontrare barriere. Ecco allora che per Zagni, Venezia potrebbe divenire un laboratorio di nuove forme di “spettacolo accessibile”, portando la musica e il teatro fuori dai luoghi più tradizionali. Nei campi e nei campielli.

«Così la distanza tra artista e pubblico viene azzerata»

Un momento del progetto Arena per tutti

L’idea di fondo è dunque quella di una Venezia più aperta; non soltanto al turismo, sua principale fonte economica, ma anche alla cultura e alla partecipazione, dando spazio a proposte artistiche nuove e capaci di raggiungere e coinvolgere i pubblici più variegati. «Hanno un approccio con il canto e con la musica diverso dal nostro. Prima di tutto prestano attenzione al nostro respiro. Dopodiché emettiamo la voce per far comprendere le differenze che vi sono col parlato», racconta Zagni ripercorrendo la toccante esperienza vissuta, nel foyer dell’Arena di Verona, a stretto contatto con alcuni gruppi di persone diversamente abili che hanno preso parte al progetto a loro riservato.

«In quei momenti la distanza viene azzerata, contrariamente a ciò che avviene quando si assiste ad uno spettacolo in Arena: passiamo in mezzo a loro, invitandoli a toccare diaframma, gola, spalle e petto. Sono capitati anche episodi divertenti, – continua con un sorriso, sottolineando di aver vissuto l’esperienza con altri colleghi del personale artistico aggiunto – come quando un cane guida, felice di avermi lì vicino, ha iniziato a leccarmi affettuosamente. È interessante capire come una manifestazione artistica di un certo tipo venga appresa in maniera diversa rispetto al solito, molto più profonda. L’aspetto bello è anche il livello di concentrazione e di ascolto che riescono a dimostrare queste persone: indipendentemente dalla disabilità, ognuno è toccato in maniera differente dalla vibrazione e dal suono. Si emozionano non tanto per ciò che stanno ascoltando, ma per quanto stanno ricevendo a livello energetico».

Non si tratta, per Zagni, di un’esibizione, ma di una dimostrazione. «Che poi è proprio quello che dovrebbe essere il nostro lavoro, ossia non la performance in quanto tale, ma l’emozione regalata agli spettatori. È stato per me prezioso avere l’opportunità, per una volta, di trovarmi dinanzi ad un pubblico lì presente, attorno a me, non per giudicare, ma per assorbire l’energia da noi rilasciata, quasi fosse una “spugna”. A conferma di come la disabilità non sia affatto qualcosa di disturbante in termini di emozione». Tenore e attore in prosa sia in italiano che in inglese, Zagni ha esercitato la professione in giro per l’Italia e in Europa. Ha studiato con il maestro Luciano Pavarotti e ha collaborato anche con il Teatro la Fenice: è stato solista nel coro per tanti anni, per poi scegliere di dedicarsi all’attività coreutica e concertistica tra Accademia nazionale di Santa Cecilia, Arena (e non solo).

«Ho deciso di vivere a Venezia un po’ per caso. Ero appena tornato in Italia (ho studiato in Inghilterra) e le strade erano due: andare a fare il solista a mezzo contratto a Reggio Calabria o venire nella città d’acqua con un contratto annuale nel coro della Fenice. Essendo i miei genitori anziani, alla fine ho scelto la seconda opzione per la vicinanza con Modena, mia città d’origine. A Venezia mi sono subito integrato e… ho imparato il dialetto! Avendo una passione anche per la prosa, appena arrivato qui ho visto che in alcune compagnie amatoriali cercavano attori che conoscessero l’inglese. Mi son detto: perché non fare qualche telefonata e crearmi un giro di conoscenze per integrarmi nel nuovo contesto?».

«Venezia ha tanto da offrire, se si supera il mordi e fuggi»

L’auspicio di Zagni è rendere la città più accessibile non solo per le persone disabili, ma anche per coloro che non sono abituati a frequentare i teatri. Un po’ per il costo del biglietto, non sempre alla portata di tutti, un po’ per la durata effettiva dell’opera rappresentata sul palco, spesso impegnativa soprattutto per i giovani, ancora di più in un contesto in cui la priorità, ormai, è la rapidità in ogni cosa. «Ho fatto parte di molte compagnie, specie straniere. Nel 2015 sono stato uno dei protagonisti ne “Il mercante di Venezia”, ambientato nel Ghetto ebraico», riferisce, ribadendo come la sua forma artistica non debba necessariamente trovare espressione solo ed esclusivamente tra le mura di un teatro.

«La città, che ha potenzialità enormi, andrebbe valorizzata in questo senso, portando l’arte anche tra le strade e i campi, a maggior ragione in un momento storico in cui le temperature tendono a rimanere a lungo più calde. Così facendo, anche per un disabile sarebbe molto più agevole raggiungere un campo piuttosto che salire le scale di un teatro. Venezia ha tanto da offrire e non dovrebbe concentrarsi solamente su questo turismo “mordi e fuggi” a cui continuiamo ad assistere. La concezione di piccolo borgo e metropoli, qui, si mescolano contemporaneamente. Ed io mi sento ormai parte integrante di tutto questo».

Marta Gasparon

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