
Il suo ultimo brano – Waterfall – ha superato nel giro di poche settimane le 50.000 visualizzazioni in Cina. E molti musicisti, cinesi ma non solo, ne stanno realizzando delle cover. Lui è Riccardo Cadamuro, in arte 高沐然 Kadomura, partito da Venezia sette anni fa per Shangai dove stava aprendo una sezione della Lizard Music Academy, importante centro di produzione didattica in Italia ma con varie sedi nel mondo. «Mi sarei dovuto fermare sei mesi, poi è arrivato il Covid a cambiare i miei piani», racconta a GV.
Musicista, chitarrista, compositore, ricercatore, Cadamuro, nato a Mestre 37 anni fa, oggi vive stabilmente a Shangai dove, oltre a dirigere la divisione cinese dell’accademia Lizard, sta facendo un dottorato sulla musica tradizionale asiatica e cinese al Conservatorio. Mentre sul piano della produzione sta portando avanti un’attività musicale che unisce i due mondi, quello occidentale e quello orientale. Ed è proprio ciò che si avverte ascoltando Waterfall dove la chitarra elettrica di Cadamuro (che lavora anche come dimostratore per i marchi Fender e Roland), il basso, la batteria e i sintetizzatori si uniscono ad alcuni strumenti tradizionali cinesi e giapponesi quali Guzheng (古筝), Erhu (二胡), Chinese drum (鼓), Koto (箏). Una sintesi particolarmente riuscita, che sta appassionando il pubblico alle più diverse latitudini.
Ma torniamo a quel 2020, che ha fatto da spartiacque nella carriera e nella vita. Cosa è accaduto?
Sono partito per la Cina nel 2019 su proposta della Lizard con cui già collaboravo dopo essermi laureato a Ca’ Foscari in musicologia. Quando è arrivato il Covid sono rimasto là senza rientrare in Italia per tre anni. A volte ci penso, direi che è stato un destino per me. Il periodo delle limitazioni qui in Cina è stato breve mentre vedevo che in Italia la cosa andava avanti e che, soprattutto per certi settori lavorativi, come il mio, era molto penalizzante. Quindi ho pensato di rimanere, anche perché un eventuale ritorno in Cina dall’Italia sarebbe poi stato molto complicato. Così, tra una cosa e l’altra, sono passati tre anni senza tornare a casa.
Cosa hai fatto in quel periodo?
Ho studiato da solo: ho imparato il cinese e poi ho iniziato un dottorato al Conservatorio sulla musica tradizionale asiatica e cinese. Desideravo infatti portare queste tradizioni anche nella mia produzione musicale.
Waterfall è proprio una sintesi dei due mondi e sta trovando il favore di un pubblico più ampio…
Questa canzone nasce proprio dalla contaminazione tra la musica occidentale, nel mio caso la chitarra elettrica, e gli strumenti tradizionali asiatici. Il tutto non nasce solo dallo studio, ma dal contatto diretto e dalla collaborazione con musicisti cinesi e giapponesi con cui ho collaborato. Il confronto con queste persone mi ha permesso di sviluppare un linguaggio capace di dialogare con varie culture. Ci sono musicisti occidentali, italiani, francesi, americani, che stanno suonando questo brano, così come musicisti coreani, giapponesi, di Hong Kong…

È una sorta di ponte tra culture dunque?
Sicuramente. È vero che sono italiano e ho un background italiano, però il fatto che io parli cinese, che abbia studiato lì e mi sia aperto a 360 gradi a queste armonie, inflessioni e strumenti fa sì che loro sentano, da un lato, che c’è una conoscenza della loro cultura e, dall’altro, avvertano anche una componente occidentale. Per me è stato un grande traguardo. Vedo che non è qualcosa che funziona solamente in Asia o solamente da noi: è un linguaggio musicale che ha fatto un salto.
In precedenza però avevi già avuto molto successo su TikTok…
Sì, ho dei brani che hanno fatto milioni di visualizzazioni su TikTok cinese. Questo mi ha consentito di avere un mio brand musicale, di avere dei contratti. Ma siamo su piani diversi perché per esempio TikTok non viene utilizzato in Italia nello stesso modo. Va anche detto che è un prodotto di nicchia per il fatto di produrre brani solo strumentali. Non stiamo parlando del pop. Però c’è una porzione di pubblico molto affezionato, con i propri canali, come in una sorta di comunità.
La tua vita professionale, quindi, è ormai in Cina?
Il mio lavoro è lì. Quest’anno ho fatto anche delle cose in Italia, ma principalmente torno circa due mesi all’anno essenzialmente per vedere la famiglia. La mia vita ormai lavorativa è in Cina. Però ho aperto dei canali social anche per il pubblico italiano, Instagram e Facebook, e con questo brano ho visto che c’è riscontro anche qui. Avere l’opportunità di portare questo linguaggio anche in Europa è per me una grande soddisfazione.
Serena Spinazzi Lucchesi
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