
Sorrisi spontanei, confidenze sincere, domande reciproche e sguardi che si sono incrociati per oltre un’ora e mezza sono stati il cuore di un incontro pensato per utilizzare l’arte, il teatro e il cinema come validi strumenti per affrontare le tematiche connesse al mondo del carcere. Jasmine Trinca la protagonista di un pomeriggio andato in scena martedì, trascorso insieme ad un gruppo di ristrette della Casa di reclusione della Giudecca in concomitanza con la Mostra del Cinema e nell’ambito del progetto “Passi sospesi” di Balamòs Teatro, coordinato da Michalis Traitsis. Ma la vera protagonista, in realtà, è stata la volontà dell’attrice – presente al Festival con il film “L’estranea” di Paolo Strippoli e “Succederà questa notte” diretto da Nanni Moretti – di mettersi in ascolto dei tanti volti e storie che aveva davanti, senza mai sovrastare parole, curiosità e riflessioni che le detenute le hanno rivolto a turno in un’atmosfera amichevole, fatta di una semplicità reale che le ha spinte a condividere anche i tormenti interiori più profondi, legati soprattutto ai figli piccoli distanti, tenuti lontani dal carcere evitando l’Icam, per proteggerli dagli errori commessi.

«Grazie per avermi fatta capitare nelle vostre vite», ha esordito Trinca rivolgendosi alle presenti, per poi raccontare i suoi esordi cinematografici, giovanissima, con “La stanza del figlio” (Palma d’Oro a Cannes), pellicola che le detenute hanno avuto modo di vedere nei giorni precedenti assieme a “Fortunata”. «Andavo ancora a scuola e volevo diventare un’archeologa. Quando ho cominciato a fare film, ho iniziato a dare forma al dolore e alla gioia: mettere una parte del nostro cuore rotto nell’arte è una forma di sopravvivenza. Mi incuriosiva avere l’occasione di conoscere Nanni Moretti, così sono andata al provino organizzato proprio nel mio istituto. Ricordo che c’erano tutte le più belle ragazze della scuola ed io non sapevo cosa fare e dire – ha raccontato –. Alla fine mi è stato chiesto come trascorrevo le mie giornate». Moretti, alla ricerca di volti autentici, ha saputo leggerle dentro, arrivando a sceglierla proprio per la persona che era, come da lei sottolineato nell’ambito di un’iniziativa nata dalla collaborazione tra istituti penitenziari della città, Biennale e Balamòs Teatro. «Ha visto in me la mia vita», ha spiegato Trinca, riferendo di essere affezionata anche a “Fortunata”, che per protagonista ha una giovane nata in una borgata romana e «che parla la mia lingua madre, nel senso che era proprio quella di mia mamma: una donna semplice, che non aveva niente ma che mi ha portata a immaginare che un riscatto sarebbe stato possibile. Quell’idea che si può essere diversi dal destino che la società ha previsto per noi. Mia nonna invece era una figura leggendaria del mercato di Testaccio, dove vendeva il pesce». Il personaggio da lei interpretato «fa difficoltà a portare a termine la giornata. La vita è faticosa e nei film non deve passare per forza, sempre, il concetto di fiaba».

Tra le detenute c’è chi ha chiesto quali emozioni abbia provato entrando in carcere o chi ha rivolto a Trinca alcune domande sulla sua professione e sui film in cui ha recitato. «Il teatro mi ha cambiata – la testimonianza di una ristretta –. Mi ha scavato dentro, eliminando tutte le paure. Ho un figlio che non vedo da 5 anni, ma arriverà il momento in cui lo riabbraccerò». «Gli attori – ha proseguito Trinca, gli occhi lucidi per le confidenze ascoltate – sono creature che trovano il coraggio di mettersi al centro del palco. Allo stesso tempo, però, sono persone fragilissime, sempre attraversate da un dubbio». Riguardo “Fortunata” ha poi svelato un aneddoto: un inconveniente che ha condizionato anche i ciak seguenti. «Prendendo una buca mi sono rotta un piede, ma ho continuato la scena perché già sapevo che non avrei potuto rifarla proprio a causa dell’infortunio». Un momento che in qualche modo ha rappresentato per lei una “rottura del limite", come riconosciutole dal regista Sergio Castellitto, che l’ha spinta ad uscire dal suo modo di essere per entrare appieno nella parte.

La direttrice della Casa di reclusione, Maurizia Campobasso, ha toccato il tema dell’Icam, che consente alle madri di rimanere con i propri figli fino ai 6 anni. «Ci sono donne che preferiscono tenerli fuori dal carcere (e per loro è come strapparsi il cuore), altre invece che fanno la scelta opposta, specie se prive di alternative», ha detto. «Ciò che ho commesso in passato – la risposta di una delle recluse, che ha scelto di non crescere suo figlio in carcere – non deve pagarlo lui». «Per quanto all’Icam gli agenti siano in borghese, i bambini non sono stupidi. Come spiegare loro la presenza delle sbarre – un’altra voce – o la parola “carcere”?». «Mai giudicare una persona – l’invito della direttrice riferendosi alla fase della detenzione – nel momento peggiore della sua vita. Il mio obiettivo? Cercare di accompagnare queste donne nell’affrontare con consapevolezza questa fase». «Il teatro è per chi ha qualcosa da dire – le parole di Traitsis, che continua ad avvicinare detenute e reclusi all’arte della recitazione –. E l’elaborazione del dolore molte volte sa restituire momenti di teatro straordinari». Autografi, abbracci e il desiderio espresso da Trinca di «venire a vedere, un giorno, qualcosa di vostro» ha chiuso un pomeriggio denso di emozioni.
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